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29/01/2020 - MA QUALCUNO DISSE "NO" - Nel Giorno della Memoria - L'epopea dei 650 mila soldati italiani abbandonati dai Savoia dopo l'8 settembre 1943 -
Ci sono alcuni (non tanti) modi di insegnare qualcosa ai giovani.

Qualcuno di questi modi è proprio dei cattivi maestri.

Altri sono i modi dei maestri, buoni, che insegnano dalla cattedra.

Pochi sono gli insegnamenti che i giovani possono trarre dagli esempi.

Questi sono insegnamenti di maestri buoni, talvolta di martiri, testimoni: perché i giovani sanno di avere bisogno di buoni maestri, ma sono gli esempi ad affascinarli, perché concorrono alla formazione delle loro opinioni.

E c’è, poi, un Magistero che svetta su tutti gli altri, si staglia in alto, sicchè il loro sguardo si leva, accede ad un orizzonte diverso da quello offerto dal quotidiano e contempla una dimensione nuova.

E’ il Magistero del dolore.

Quel dolore capace di conquistare il cuore, di prenderti per mano e guidarti a capire: capire che, dal buio del passato, può esserti consegnato, come fosse il passaggio di un testimone, un piccolo lume capace di illuminare la scena.

Quella sarà la scena del futuro che ti è affidato e dove ti sarà dato di vivere.

E non importa di che colore sia la luce di quel lume capace di illuminare la scena.

Conta che la scena sia illuminata.

***

Così, i giovani della Consulta Studentesca e del Liceo che ieri, 27 gennaio, hanno voluto ripercorrere l’insegnamento di Renzo Roncarolo e di alcuni altri eroi della porta accanto, hanno compiuto non soltanto una grande operazione – si direbbe oggi – culturale; bensì hanno testimoniato che la più grande e persuasiva, se non l’unica, “ragionevole”,. ragione di speranza nel futuro, sia la memoria della testimonianza; perché non ha futuro e resta solo carico di passato, chi non sa fare memoria della propria storia.

***

Con tutta la stima per questi così intelligenti e sapienti ragazzi, non si può mancare di sottolineare il ruolo di veri “educatori” dei loro Insegnanti e – sia permessa una testimonianza – di quella vera e propria icona di cosa significhi insegnare ed educare, oltre il mero (e pur necessario) trasferimento di nozioni, che è sempre stata la Prof. Elisabetta Dellavalle.

***

Dunque, nella giornata di ieri 27 gennaio, 75° anniversario della liberazione degli Internati nei campi di sterminio, un non frequente “focus” su di una particolare realtà di quei tremendi mesi, dall’8 settembre 1943 al 27 gennaio 1945.

Ne aveva parlato qualche volta il compianto Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, il quale usava ricordare come fosse motivo di smarrimento, per i giovani Ufficiali di allora (era Tenente) essere rimasti “senza ordini”.

Si può tentare di riassumere così; una fotografia certo parziale, ma può dare l’idea: lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano non era più in guerra, ma i tedeschi erano ancora in Italia.

Ma prima di ieri non si era ancora visto un modo, delicato eppure efficace, di ricordare quei 650 mila Militari italiani che, nell’Italia del Nord, rimasero, perciò, vittima dei tedeschi i quali li deportarono – prima – come prigionieri di guerra e – poi – come Internati Militari.

Destinazione: quegli stessi Campi di Concentramento e Sterminio meta di tanti ebrei.

La Storia la lasciamo a chi se ne intende, il Prof. Enrico Pagano, Direttore dell’Istituto Storico per la Resistenza di Vercelli e Biella, la cui lezione è integrale nel video pubblicato in questa pagina.

Così come il video riprende integralmente la prolusione del Prefetto di Vercelli, che ha promosso questa iniziativa.

Ed abbiamo volentieri messo a repertorio anche un momento dell’allestimento scenico di cui sono protagonisti gli Studenti del Liceo Musicale di Vercelli, nell’originale lettura dei testi e delle memorie che ci ha lasciato Pimpi Roncarolo.

***

Ma l’apertura di questo filmato, di oltre mezz’ora, che offriamo come modesto contributo di VercelliOggi.it perché sia documentato un momento importante della nostra Comunità, è per lui, il Reduce Angelo Uffredi, Carabiniere in congedo da tanti anni, boscaiolo da poco in una obbligata “quiescenza”, come lui stesso racconta.

Uno degli ultimi testimoni del tempo, un ex internato che è tornato a vivere tra noi.

E’ riuscito – come Pimpi, come lo stesso Giovanni Guareschi – a fare ritorno a casa.

Con la coscienza tranquilla: non avere tradito la Patria, consapevoli di come questo potesse significare offrire la vita in olocausto.

Non tradirono, non servirono.

Non servirono i tedeschi, aderendo alla Repubblica di Salò, che li avrebbe costretti ad aprire il fuoco contro i Partigiani, in cambio del rimpatrio e della fine delle sofferenze.

Non tradirono, non servirono, soffrirono.

Scelsero di soffrire.

E – proprio come sapeva fare il Pimpi – oggi questa straordinaria persona che è il Reduce Angelo Uffredi, classe 1922, valsesiano di Scopa, riparla di quei giorni con tono sorprendentemente libero perché liberato dall’odio.

Dunque, 650 mila ragazzi (nel 1943 Uffredi aveva 21 anni) “senza ordini” ma non sbandati, seppero resistere alle lusinghe e seppero “dire no”.

Forse, non è la stessa cosa di quel “C’è chi dice no”, chiuso nel proprio confine, che canta Vasco Rossi.

E’, piuttosto, il “no” di quei ragazzi ebrei di cui ci parla da tanti Secoli il Libro di Daniele.

Rifiutarono – anche sotto la minaccia della fornace ardente – di adorare la statua d’oro di Nabucodonosor.

La statua è sempre lì, simbolo sempre fascinoso della seduzione degli idoli: il potere, la tecnica, il denaro.

E’ sempre lì ed interpella l’uomo e la donna di ogni tempo.

Ne udiamo ogni giorno la voce, la lusinga forse più insidiosa: fanno tutti così.

Insidiosa perché chiama a misurarsi con la contraddizione destinata a restare sempre aperta: quella tra l’umiltà del cuore e la volontà di vivere con un po’ di dignità.

Ma… c’è chi dice no.

Umilmente, fermamente, serenamente.

Serenamente, anche quando si ha paura.

Perchè avere coraggio non significa non avere paura, significa saperla superare.