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09/04/2009 - Varallo - Pagine di Fede

SETTIMANA SANTA - Al Sacro Monte di Varallo tutto è pronto per il Triduo pasquale






SETTIMANA SANTA - Al Sacro Monte di Varallo tutto è pronto per il Triduo pasquale
L’Ultima Cena

E’ la settimana di Pasqua. Il Sacro Monte ospita cerimonie e momenti
rituali che commemorano la passione di Cristo davanti alle immagini
raffigurate nelle cappelle. Domenica si è svolta la processione delle
Sette Marie. In questi giorni ha luogo la rituale cerimonia del
venerdì santo che vede i fedeli fare tappa davanti alle cappelle della
passione. Ma il devoto che saliva al Sacro Monte ai tempi delle
origini cosa trovava per ricordare la passione, la morte e
resurrezione di Cristo? Quale era la situazione nota a  Charles
d’Amboise, governatore francese del ducato di Milano, che programmava
di passare la settimana santa del 1505 al Sepolcro di Varallo? Come si
è venuto a configurare nel tempo il percorso che oggi accompagna il
pellegrino che vuole ricordare le tappe della passione e morte di
Gesù?
Il Sacro Monte  delle origini, intrapreso dal padre Bernardino Caimi a
partire dal 1486, venne costruito per riprodurre i principali luoghi
della Terra Santa, non per raccontare in modo ordinato la storia della
vita di Cristo. Vivente Caimi, quindi sino al 1499, erano pochi i
misteri che consentivano la meditazione sulla passione e morte di
Gesù. Esisteva (forse) l’Ultima Cena, con le statue che vediamo ancora
oggi, ma disposte intorno ad un tavolo rettangolare nel vano che
chiamiamo “sala cappella” (ora annesso all’Albergo Casa del
Pellegrino). C’era forse già un primitivo Calvario con una
raffigurazione molto semplice con Cristo e i due ladroni,  la
Maddalena
ai piedi della croce e un gruppetto di giudei. Certamente
c’era dal 1491 il Santo Sepolcro (lo prova l’iscrizione con la data
incisa sopra la porta di ingresso), in tutto simile al Sepolcro di
Gerusalemme, con la statua di Cristo morto. C’era, probabilmente,
infine, a ricordare la resurrezione di Cristo, nell’antica cappella
dell’Ascensione, la statua del redentore risorto posta fino a pochi
anni fa sulla fontana della piazza della Basilica (ora trasferita in
chiesa).
Quindici anni più tardi la situazione era già molto cambiata. Il Sacro
Monte si era arricchito di numerose altre cappelle. I “misteri” erano
una ventina circa, e consentivano di seguire, pur con itinerari un po’
tortuosi, la storia della vita di Cristo. Li descrive la più antica
guida del complesso, stampata a Milano nel 1514, che ci è pervenuta
conservata a Siviglia (in Spagna) nella biblioteca che raccoglie i
libri collezionati dal figlio di Cristoforo Colombo, agguerrito
bibliofilo.
Volendo percorrere l’itinerario della passione, il fedele trovava sul
Monte tutte le tappe principali (e non solo): nel Cenacolo era
raffigurata l’Ultima Cena e una tavola dipinta ricordava la scena di
Cristo che lavava i piedi ai discepoli, seguivano gli apostoli
addormentati nell’orto degli ulivi, Cristo che prega in una grotta del
Getsemani, il tradimento di Giuda (allora incompleto), la Madonna
addolorata che vede Cristo cadere sotto il peso della croce, Cristo
spogliato e condotto al Calvario e crocifisso, deposto dalla croce e
preparato per la sepoltura, Cristo morto nel Sepolcro, una tavola
dipinta con Gesù resuscitato, l’angelo che avvisa Maddalena che Cristo
non è più nella tomba.
Di tutto questo non si è salvato molto dopo la riorganizzazione
radicale del Sacro Monte attuata dal vescovo Bascapè tra il 1593 e il
1615.  Dell’itinerario di allora sono rimaste le statue della Cena, il
Sepolcro con la statua di Cristo morto e la Maddalena nell’atrio, il
gruppo di sculture in legno della Pietra dell’Unzione (ora in
Pinacoteca a Varallo) intente a preparare il corpo di Cristo per la
Sepoltura. Si
sono ben presto perse le tracce anche della tavola ad
olio, probabilmente dipinta da Gaudenzio che, nel Sepolcro,
raffigurava Cristo risorto, opera di incomparabile bellezza, come
racconta l’antica guida. Il vescovo riformatore a fine Cinquecento
volle costruire un percorso lineare che dal peccato originale portasse
alla morte di Cristo senza tortuosità e incertezze nella successione
delle tappe del racconto, nel rispetto letterale del testo evangelico.
Così fece edificare le nuove cappelle ospitate nel Palazzo di Pilato,
e la Salita al Calvario, ma mantenne e indicò come modello per gli
artisti la Crocifissione di Gaudenzio perché comprensibile a tutti,
realistica e capace di raccontare oltre alla storia anche i sentimenti
dei personaggi sacri toccando così l’animo del pellegrino devoto.
Spostò inoltre l’Ultima Cena, che in contrasto con il racconto dei
Vangeli precedeva nel percorso la scena dell’ingresso di Cristo a
Gerusalemme. Non finirono qui le peripezie dell’antico mistero che fu
spostato nuovamente sino alla definitiva collocazione di fine
settecento che lo vide approdare nel vano sotto il portico di Casa
Parella. La scena raffigura il momento del vangelo di Giovanni in cui
Cristo rivela ai suoi discepoli che uno di loro lo tradirà. Pietro gli
chiede chi sia il traditore e Gesù risponde: “quello a cui darò il
boccone di pane inzuppato”. Peccato che in epoca recente (in occasione
dei restauri degli anni sessanta?) la figura di Giuda, con la bocca
aperta per ricevere il boccone e i capelli fulvi come era proprio dei
traditori, unico personaggio senza aureola, sia stato spostato e
risulti così irraggiungibile dal braccio di Cristo, sospeso nell’aria
in un gesto che così diventa inspiegabile. E pensare che il vescovo
Taverna nel 1617, perché la scena fosse chiara e fedele al racconto
evangelico, aveva chiesto addirittura di togliere i piatti con la
frutta (pesche, susine e fichi),  impropri rispetto alla stagione in
cui la Cena era avvenuta.



 

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