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05/08/2012 - Santhiatese e Cavaglià - Politica

SANTHIÀ – Il Sindaco Cappuccio, insieme al gruppo di maggioranza del comune, divulga il discorso dell’Ex Sindaco Gilberto Canova sulla mafia, dello scorso 26 luglio in Consiglio Comunale

E’ tragico che queste dicharazioni vengano fatte nel ventennale della morte di Falcone e Borsellino



SANTHIÀ – Il Sindaco Cappuccio, insieme al gruppo di maggioranza del comune, divulga il discorso dell’Ex Sindaco Gilberto Canova sulla mafia, dello scorso 26 luglio in Consiglio Comunale
Il Sindaco Angelo Cappuccio

E’ triste constatare che buona parte del discorso non sia stata scritta di proprio pugno, ma sia stata copiata da un editoriale di Vittorio Feltri dal titolo “Che barba la mafia. È solo "cosa loro"” e dall’articolo “Il Colle scopre solo ora il Paese degli spioni” firmato da Vittorio Sgarbi, pubblicati entrambi su Il Giornale (edizioni del 21 luglio 2012 e del 29 giugno 2012).



Ma è ancora più triste sentire (o leggere) le tesi che vengono fatte proprie dal consigliere Canova: i boss sono degli ignoranti che non avrebbero potuto gestire la cupola mafiosa; parlare della mafia contribuisce allo sputtanamento dell’Italia; la mafia al nord, e in particolare a Santhià, non c’è; la lotta alla mafia si faccia a scuola ma non altrove; l’antimafia è un cancro del Paese.


E’ tragico che questa operazione venga fatta nel ventennale della morte di Falcone e Borsellino. E’ una scappatoia troppo facile e subdola pensare che se non si parla di mafia questa allora non esista. Girarsi dall’altra parte non può essere una soluzione.


Libera ha divulgato alcuni dati sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazione mafiosa che parlano chiaro: dal 2 agosto 1991, i Comuni sciolti sono stati 224, oltre a 4 aziende sanitarie locali. Il Piemonte è la quinta regione interessata dal fenomeno, dopo Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Rivarolo Canavese è il terzo Comune della Regione sciolto per presunte infiltrazioni mafiose, dopo Bardonecchia e Leinì.


Inoltre,  non crediamo che si debba sempre delegare ad altri l’informazione sul fenomeno mafioso.  Una citazione che abbiamo trovato di Paolo Borsellino,  che ci piace molto, è “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”. Ecco questo è quello che abbiamo cercato di fare noi.


 


 


 Ecco il discorso di Gilberto Canova come trascritto:

“Io volevo… mi son scritto due pagine o tre relativamente alla manifestazione e a quel magnifico… come si può dire… 

mezzo lenzuolo che è stato affisso qui per venti giorni, un mese, un giorno. Era relativo alla mafia. Volevo dirvi, un magistrato osava dire che la criminalità organizzata la combatte e la vincerà più l’istruzione e il lavoro che non la magistratura.


Dicono che la mafia sia un fenomeno da interpretarsi in chiave storica. Forse è vero ma forse è solo una faccenda da carabinieri. Un aspetto mi ha sempre incuriosito: il grado culturale dei cosiddetti mammasantissima o boss. Uomini scaltri, inafferrabili, geni del male, diabolici, ricchissimi. E poi ne beccano uno e ti trovi davanti Totà Riina, analfabeta. Egli fu arrestato nel centro di Palermo, vicino a casa. Viveva in un buco, viveva da miserabile. Era il boss dei boss e viveva da barbone. Zero lusso. Zero tutto. Zero niente. Poi arrestarono Provenzano, altro boss al vertice. Anche lui analfabeta. Bravo a commettere reati, reati odiosi. Pure lui abitava in una cascina, una porcilaia, niente lusso, niente di niente. E allora io mi chiedo ma che gusto c’è a fare il boss? Basta il potere? Forse sì. Poi c’è Brusca, un grande grassone che ha ucciso una novantina di persone e un ragazzino nell’acido. Poi si è un po’ pentito e in galera c’è stato per la verità poco. Ma se queste persone erano i leader della mafia, cattivi ma anche ignoranti e cafoni, come hanno potuto per tanto tempo essere imprendibili? Quasi stando tra l’altro nel proprio domicilio? Tutto ciò è strano, pensavo, ma probabilmente mi sbagliavo. Pensavo e li immaginavo in una cupola irraggiungibile. E invece no.


Ora sono trascorsi più di vent’anni dall’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma siamo ancora qui a parlarne. Analisi politiche, dibattiti, indagini giornalistiche, della magistratura. Vent’anni di teoremi giudiziari e non. E il problema però non trova soluzione. Ora tiene banco la presunta trattativa tra mafia e stato: basta attentati esplosivi in cambio di pene più lievi per il 41bis. Nel quale sono coinvolti ministri, il presidente della repubblica attuale ed ex. Un insieme di sospetti, intercettazioni telefoniche e porcate varie. Anche se trecento persone, perché questo è vero, circa sono uscite dal 41bis allora.


Vorrei o vorrebbero che la si smettesse davvero oppure che si mettesse davvero la parola fine a questa criminalità organizzata che delinque su scala industriale. Io non voglio fare lo struzzo ma insistere nel mettere a fuoco questa grave questione contribuisce anche un po’ allo sputtanamento del paese Italia. All’estero per la verità sembriamo un po’ un covo o un nido di vipere. E’ vero anche che la filiera mafiosa affonda qualche radice nel centro e al nord. E’ ovvio il denaro sporco si aggrega a quello pulito. Ma la piovra non è qui: continuarne a parlarne scredita tutto il Paese. Negli ultimi vent’anni la mafia è stata, se non debellata, almeno indebolita. Repressa non ancora.


Attenti però che a puntarsi sul petto la medaglia dell’antimafia, accreditare una situazione criminale per accreditarsi come integerrimi combattenti e nemici della mafia non è sempre ‘na cosa seria e ‘na cosa buona. Tutti i magistrati son battezzati dal sangue di Falcone e Borsellino. Sono diventati santini di una lotta senza antagonisti. Non chiedetevi perché, poi lo capite perché. E molti politici, quasi tutti, per rigenerarsi e riabilitarsi. Poco rispetto per la verità. E siccome tutti sono sospettabili, via alle intercettazioni senza alcun rispetto del vero o del falso. Si accusa la persona, politici, forze dell’ordine, istituzioni, ecc. Questo è il metodo e di questo metodo ora è vittima lo stesso Napolitano. Colpevole però anche come presidente del CSM, secondo me, di non aver posto la questione morale: che la lotta alla mafia è essenziale dove la mafia c’è, ma che diventa il peggior crimine quando la mafia si inventa e si usa. Distinguere tra un’autentica antimafia che persegue reati e criminali veri, e un’antimafia ideologica, di propaganda, dietrologica, ipocrita.


Perché anche il professionista dell’antimafia è un cancro del Paese. Ha fatto anche un sacco di danni e anche qualche morto. E questo lo dico non io, lo diceva Sciascia, ammesso che tutto ciò abbia una valenza. Se poi, oserei dire, si usano i ragazzi, non è né bello né simpatico, oserei dire né criminale ma secondo me non è buona cosa. E oserei dire che anche infiocchettarsi di antimafia non è giusto e non fa bene. Si dirà che era un questione culturale, anche la fiaccolata. Ma la mafia a Santhià non c’è. Caro Cappuccio, fortunatamente a Santhià c’è solo qualche balordo. Ripeto: fortunatamente. Perché, ripeto, anche l’antimafia ha fatto danni, molti. Perciò infiocchettarsi e diventare l’antimafia non è sempre una cosa che fa bene e secondo me non fa bene manco troppo a Santhià. Se vogliamo una questione culturale, la si faccia a scuola, la si faccia dove è che si gradisce, la si può fare anche a Santhià ma secondo me è meglio evitare visto che fortunatamente la mafia qui non ce l’abbiamo. Ripeto: abbiamo qualche balordo, forse magari anche qualcuno di troppo. Però fortunatamente altro non c’è”.


                                                                                      

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