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02/12/2016 - Regione Piemonte - Cronaca

REFERENDUM COSTITUZIONALE: "NO" AD UN PAESE SPACCATO - Le riforme solo con una condivisione ampia - Non sacrifichiamo la democrazia alla puntualità dei treni - Attenti alle accelerate come quella di Thelma e Louise

Ma, comunque vada, da lunedì bisognerà remare tutti dalla stessa parte






REFERENDUM COSTITUZIONALE: "NO" AD UN PAESE SPACCATO - Le riforme solo con una condivisione ampia - Non sacrifichiamo la democrazia alla puntualità dei treni - Attenti alle accelerate come quella di Thelma e Louise

( g. g. ) - Un primo risultato il referendum sulla modifica della Costituzione – si vota solo domenica 4 dicembre, tutto il giorno - l’ha ottenuto: spaccare un Paese che di ulteriori divisioni, soprattutto in questo momento, non avrebbe avuto bisogno.

 

Una riforma di questa ambizione non è comunque utile se non è condivisa.

 

Comunque vada a finire, già questo è un segno di grave irresponsabilità.

 

E’ assai probabile che le cose siano sfuggite di mano a chi ha concepito questo percorso, al modo di un apprendista stregone di disneyana memoria. O comunque qualcosa dev’essere andato storto.

 

Perché la divisione radicale, profonda ed estesa che la tornata referendaria sta producendo ed accentuando è una ferita che con molta difficoltà sarà risanata nel tempo.

 

Tanto più che la spaccatura si produce sulla (fantasiosa) discriminante di un “modernismo” ingenuo quando non furbesco, altrettanto fantasiosamente contrapposto ad una “accozzaglia” che si pretende conservatrice.

 

***

 

Solo perché a taluno è parso interessare il pensiero, sull’ argomento, di chi scrive – e lo ha sollecitato -  ecco qualche breve considerazione, per spiegare il motivo di un “No” alla proposta referendaria.

 

Appunto l’attenzione solo sulle principali questioni.

 

Prima fra tutte, la riduzione del numero dei Parlamentari, con la (pretesa) conseguente riduzione dei cosiddetti “costi” della politica.

 

La riduzione del numero dei Parlamentari si può fare ( si sarebbe potuta fare, si potrà fare se vincerà il “no” ) modificando altri articoli della Costituzione: l’art. 56 e l’art. 57.

 

Sono i Parlamentari stessi che dicono: Signori cari, da domani non siamo più in mille, ma – ad esempio – in 600.

Quattrocento alla Camera dei Deputati e 200 al Senato della Repubblica.

 

E su quello il cittadino dovrebbe essere chiamato ad esprimersi.

 

E subito – con la riduzione dei componenti delle due Camere – si otterrebbe anche una speditezza maggiore del processo legislativo, oggi talvolta farraginoso anche in quanto mediato da (troppi) attori.

 

Abbiamo sicuramente un Parlamento pletorico.

 

Non abbiamo, invece, un bicameralismo pletorico.

 

Perché la riduzione (minima e pressoché irrilevante) del numero dei Parlamentari cui si perverrebbe con la vittoria del “Sì” è in realtà solo un effetto derivato e surrettizio di un altro provvedimento che ritengo assai grave: la riduzione del numero dei Parlamenti.

 

Si riducono di poco i Parlamentari, ma si pota, si amputa, uno dei rami del Parlamento: il Senato, non a caso qualificato come “della Repubblica”.

 

***

 

Dicono i fautori di questa proposta che mantenere le stesse prerogativa ad entrambe le Camere sia in danno alla “velocità” della decisione.

 

Così dicono, senza avvedersi che il sistema sia stato concepito dai Costituenti proprio perché la decisione fosse il risultato di una ponderazione pensata come valore in sé.

 

E che ora è – semmai – anchilosata, quando non umiliata,  proprio dall’eccessivo numero dei Parlamentari, dalle loro ridondanti parole, piuttosto che dalla natura della dialettica tra i rami del Parlamento.

 

***

 

La domanda è perciò equivoca e la risposta che sollecita surrettizia.

 

Sarebbe come se, nell’intento di perdere peso, una persona  alla cura dimagrante preferisse amputarsi la gamba sinistra.

 

Il risultato, in termini di obbiettivi raggiunti, sarebbe certo e “fast”, ma assai poco “smart”.

 

E, in ogni caso, andrebbe detto con chiarezza perché si è rinunciato – avendo il Governo praticamente già ora tutto in mano – a procedere per la “strada diritta”, cioè dicendo: proponiamo di ridurre da mille a seicento il numero dei componenti delle due Camere.

 

***

 

Non va poi dimenticato che il costo maggiore del Senato è costituito dall’onere per il Personale, che non sarebbe ridotto di un euro anche in caso di vittoria del “Sì”.

 

Perché al cosiddetto “Senato delle Regioni”, che non si sa ancora – mentre si propone di costituirlo deformando quello “della Repubblica” – come e da chi sarà (sarebbe) eletto, servirebbe anche l’ultimo stenografo, l’ultimo guardarobiere e valletto oggi in servizio a Palazzo Madama.

 

E questo è un ulteriore elemento che profila una scarsa sincerità della domanda: se propongo di costituire una nuova Camera, devo anche presentare con chiarezza la modalità mediante le quali il cittadino potrà (o non potrà) concorrere ad eleggerla.

 

Così non è in questa tornata referendaria e basterebbe forse questa omissione per motivare con ragioni plausibili la scelta del “No”.

 

***

 

E così anche in tema di rapporti tra Stato e Regioni, sulle potestà legislative di queste ultime, che sono altra parte importante del contenuto riformatore sottoposto al giudizio confermativo o non confermativo popolare, domenica prossima.

 

Perché anche in questo caso ( posto che la modesta opinione di chi scrive vede l’attuale ordinamento regionale come foriero di costi privi di senso, di Leggi spesso idonee ad intralciare e non a facilitare la vita delle comunità ) la domanda sulla quale si sollecita il “Sì” o il “No” non pare sincera.

 

E’ vero: la produzione legislativa delle Regioni, non meno del costo pazzesco degli apparati che le ingolfano con superfetazioni di Personale inutile e improduttivo, è in non rari casi un insulto alla ragione ed un intralcio all’attività seria di governo della Cosa Pubblica.

 

Ma anche in questo caso, la strada maestra, la “via diritta” pare un’ altra, percorribile riformando altri articoli dell’assai citato e – pare – poco letto, Titolo Quinto della Costituzione.

 

Perché non è (non sarebbe stato, non sarà) vietato incominciare a ridurre il numero delle Regioni, dalle attuali 20 a sole – ad esempio – sei.

 

Soprattutto, il disegno proposto dall’attuale referendum si è completamente “dimenticato” di affrontare la spinosa, antistorica e, comunque, certamente desueta ed anacronistica realtà delle Regioni a Statuto Speciale, vere e proprie voragini di denaro pubblico.

 

Sicchè – paradossalmente – il referendum sembra diventare “confermativo” della loro esistenza: volete voi (è una domanda immaginaria) mantenere le cose come stanno e tenervi un Molise che legifera come la Lombardia? Volete tenervi le Regioni a Statuto speciale, senza rinunciare ad un solo dei loro valletti o minutanti, o “Deputati regionali” che vivono come il Sultano del Brunei?

 

***

 

Gravi dimenticanze, ingenutità, vere e proprie rappresentazioni fasulle di obbiettivi surrettizi.

 

Ecco i motivi per cui credo sia meglio votare “No”.

 

Ma primo fra tutti è quello citato in esergo: non c’è bisogno di un Paese ancora più diviso e spaccato.

 

Non c’è bisogno di farsi irretire da una visione del Parlamento come qualcosa di inutile, di una “aula sorda e grigia” di buona (o pessima) memoria.


Né è possibile credere che la presunta velocità dei processi legislativi sia un valore cui meriti sacrificare la democrazia: non è saggio sacrificare la democrazia alla (presunta) puntualità dei treni.

 

Nel Ventennio di buona (o pessima) memoria si diceva che i treni viaggiassero in orario.

 

Ma – ammesso che ciò fosse vero – non credo valga la pena di immaginare scenari “fast” illudendosi che per ciò stesso siano anche “smart”.

 

Né mi pare una cosa “smart” illudersi che sia il momento di uno strappo in avanti, di imprimere una accelerazione (illusoria), perché è sempre meglio prima capire quale sia la direzione di marcia.

 

Il primato del capire su quello del fare è uno dei tanti doni della lezione morotea che vorrei non fosse esiliato in questo momento storico.

 

Altrimenti questa (presunta) accelerata non potrebbe che ricordare quella celebre, nella scena finale, drammatica ed indimenticabile del film “Thelma e Louise”.

 

***

 

Infine un pensiero – se il Lettore ha avuto pazienza di arrivare sin qui – su ciò che si dice dello scenario internazionale.

 

E’ grave che siano potentati stranieri a suggerire di votare “Sì”.

 

E’ grave la intimidazione vera e propria che allude alla ipotesi di fallimenti bancari a catena, in caso di vittoria del “No”.

 

E’ grave che si minacci la caduta in condizioni di povertà delle fasce deboli della popolazione, se fosse bocciata la proposta referendaria.

 

Un Paese non solo diviso, ma anche paralizzato dalla paura è forse ciò che vagheggia chi vuole il nostro asservimento ad una Europa pantedesca che è – come sempre – il vero pericolo dietro l’angolo.

 

Come sempre negli ultimi 500 anni, nel corso dei quali ciascuna guerra che abbia coinvolto il Vecchio Continente è sempre scoppiata per impulso della Germania.

 

Ecco: se vincesse il “Sì”, l’entrata in guerra dell’Italia potrebbe – ad esempio, è solo uno dei tanti esempi – essere deliberata da una sola Camera, quella dei Deputati, eletta con una Legge maggioritaria che assegnerebbe il potere di decidere ad una minoranza.

 

***

 

Meglio di “No”, molto meglio di “No”.

 

Ma comunque vadano le cose, l’impegno di ciascuno dovrà essere quello, subito dopo, di accettare il risultato, il giudizio del popolo che è sempre sovrano.

 

Da lunedì si dovrà comunque rimediare alla spaccatura irresponsabilmente prodotta nel Paese, tornare, ricominciare  a remare tutti dalla stessa parte.


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