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30/04/2009 - Vercelli Città - Pagine di Fede

PRIMO MAGGIO - Si festeggia San Giuseppe Lavoratore - Lo sposo di Maria figura cardine della fede, esempio di uomo ’giusto’ che ci insegna a conciliare norma morale e norma giuridica







PRIMO MAGGIO - Si festeggia San Giuseppe Lavoratore - Lo sposo di Maria figura cardine della fede, esempio di uomo ’giusto’ che ci insegna a conciliare norma morale e norma giuridica
San Giuseppe nella propria officina, con il piccolo Gesù

Il Santuario di Valmala, in Alta Valle Varaita, si prepara ad accogliere i molti pellegrini che, come di consueto, saliranno quassù per iniziare nel migliore dei modi il mese mariano e per celebrare, il 1 maggio, la figura di San Giuseppe Lavoratore.



Il nostro pellegrinaggio giornalistico, come i Lettori ormai sanno, la quarta settimana del mese dirige proprio verso la località della diocesi di Saluzzo dove, all’ Altopiano detto del “Chiotto”, dall’agosto all’ottobre 1834 la Vergine apparve a quattro pastorelle, tutte di nome Maria, che la riconobbero e venerarono con il titolo di Madre della Misericordia


Anche per questo è del tutto naturale ricordare oggi San Giuseppe, nel quale la Chiesa riconosce un esempio eloquente di come Amore e Misericordia siano quasi sinonimi e ci dicano della maestà di Dio, che è amore misericordioso.


SAN GIUSEPPE, UN UOMO GIUSTO


Dell’amore di Giuseppe per Maria e per il Bambino Gesù si sa, certo. Non sempre, però, guardiamo sapendone riconoscere le molteplici iridescenze a quella commovente pagina del Vangelo di San Matteo che ci parla di Giuseppe come uomo “giusto” e come uomo misericordioso. Come uomo che, con il proprio agire, concreto, essenziale, sobrio ed anche appassionato, piuttosto che in mille dichiarazioni e petizioni di principio ci fa vedere come si fa ad essere giusti e misericordiosi. E, così, come si fa ad amare davvero, ad essere strumento di Dio nella storia e nella famiglia umana.


Sappiamo come vanno le cose:


Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto” (Vangelo di San Matteo, 1,18-19).


L’evangelista salta – se è permesso dir così – a piedi giunti in argomento. Dice subito che Giuseppe “non voleva ripudiarla”. Così costruito, il periodo illustra un comportamento eterodosso e anomalo. Apparteneva, infatti, alla disumana normalità delle consuetudini del tempo, in simili casi, ripudiare senza tanti complimenti quella che altro non poteva essere se non una adultera. E il destino per l’adultera era già segnato: la lapidazione. Così, del resto, avviene ancora oggi in alcune parti del mondo.


Però Giuseppe – dice Matteo – “era giusto” e non voleva che Maria facesse quella orribile fine e nemmeno che fosse svergognata, così “decise di licenziarla in segreto”. In tal modo l’avrebbe preservata non solo dalla morte fisica (chè, forse, a quella l’avrebbe magari sottratta anche la famiglia, ritirandola nell’ambito del clan), ma anche dalla morte civile, dall’emarginazione, dal marchio di infamia che l’avrebbe segnata nella segregazione di quella casa nella quale ci si sarebbe sempre vergognati di lei. 


E la Parola di Dio di dice una cosa precisa: questo comportamento è dell’uomo “giusto”. Non ci parla di un uomo “pietoso”, di un uomo “debole”, di un uomo che, magari per troppo amore, per fragilità di spina dorsale, sbaglia. No, quello è il comportamento dell’uomo “giusto”. Con questa locuzione la tradizione descrive la persona che è rivestita della Grazia di Dio e illustra, nel mondo, i valori dell’uomo che cammina nei sentieri del Signore.


Ricordiamoci che ancora oggi lo Stato di Israele riserva una particolare onorificenza a coloro che sono compresi in uno speciale novero di personalità meritevoli chiamate, appunto, i “Giusti di Israele”. Sono coloro i quali, pur non essendo ebrei ed in vari Paesi del mondo dove imperversava la pazzesca persecuzione razziale, fecero tutto ciò che poterono, anche a rischio della vita, per salvare famiglie ebree dalla deportazione e dalla morte certa.


Insomma, nella Sacra Scrittura ed anche nella Tradizione, la parola “giusto” è una parola “pesante”.


Allora, se questa parola è così densa di significato ed importante ed il Signore, con la sua Parola, ce la propone come cifra di un comportamento che, però, è palesemente contrario alle norme del tempo, dobbiamo fermarci un momento e pensare.


Dobbiamo pensare che San Giuseppe non era certo né un rivoluzionario o un dissidente “organizzato”, né un personaggio naif, abituato a vivere sopra le righe, “on the road”. Anzi, apparteneva alla Casa di David, era un artigiano affermato.


In questo stesso primo capitolo del Vangelo di San Matteo leggiamo la preoccupazione dell’Autore sacro di farci conoscere che Gesù nacque nella casa di Giuseppe:”Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle, Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim, Elìacim generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo” (Matteo, 1,12-16). E queste non sono che le ultime quattordici delle complessive 42 generazioni (che risparmiamo al Lettore, nella loro integrale elencazione) nelle quali si illustrano gli ascendenti dello “sposo di Maria”. Allora questo sposo, come abbiamo detto, non poteva certo essere uno qualunque e tutto lascia, anzi, ritenere che facesse parte del novero delle persone che hanno ruolo sociale, un posto nel “sistema”.


SEGNO DI CONTRADDIZIONE


Diremmo oggi che era una espressione della “società integrata”.


Era una persona tutt’altro che abituata a disprezzare, sottovalutare, violare le norme dell’ordinamento civile e religioso. Eppure, di fronte a quella previsione di legge che fa a pugni con la propria coscienza non ce la fa e, sia pure senza clamori e senza provocazioni, “decise” di prendere un’altra strada, di salvare Maria. Quante tensioni, quanti pensieri, come dev’essere stato aspro il combattimento spirituale, interiore, di Giuseppe, prima di arrivare lì, quando “decise” di licenziare in segreto Maria.


Gesù era solo un piccolo embrione, ma già incominciava ad essere “segno di contraddizione”.


Segno di contraddizione anche tra la norma degli uomini e la norma di Dio, che è la legge dell’amore e della misericordia.


Se gli uomini si danno norme che contrastano quelle dell’amore, che contrastano con la Parola di Dio, si consegnano alle pastoie di regole destinate ad infrangersi contro la tensione dell’uomo “giusto”, di ogni tempo che va verso la vita.


Come sono fragili, anche quando sono crudeli e potenti, i sistemi umani eretti su norme inique. Possono irrorare la terra di sangue, riempire le prigioni, opprimere i popoli, imporre una cortina di omertoso silenzio sulla verità degli uomini e di Dio, ma alla fine crollano sempre:”Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Vangelo di Luca, 2,34-35).


Ma dobbiamo anche soffermarci a pensare che il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola. Quanto bene si può fare, quante cose si possono cambiare, quanto possiamo contribuire a trasformare il mondo anche senza proclami, senza comizi, senza salire in cattedra, con la sola nostra testimonianza, cercando di seguire Gesù.


E, soprattutto, dobbiamo ricordarci che la testimonianza di Giuseppe, anche quando deve opporsi alle norme del tempo, anche quando dovrà, poi, contrastare e fuggire il potere di Erode, un potere cieco, tremendo e disperato nella sua crudele ottusità, non è mai testimonianza ostile a nessuno, non si traduce  mai in azione aggressiva, non fa mai nessuna concessione alla violenza.


Allora, prepariamoci a festeggiare, il prossimo 1 maggio, San Giuseppe Lavoratore.


Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Forse non tutti sanno che il Beato Papa Giovanni XXIII, nel salire al soglio pontificio, aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo.                                 Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, “lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”.


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(Continua. La prossima settimana saremo a Medjugorje)           

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