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09/06/2010 - Vercelli Città - Pagine di Fede

LA SINGOLARE E AFFASCINANTE STORIA DI UN RE CHE HA TUTTO, E NON SA, O NON RICORDA, CHE TUTTO GLI È DONATA DA DIO - Davide, Peccatore e credente – L’idea di “guarigione” ispira molta parte della spiritualità che viviamo a Lourdes



LA SINGOLARE E AFFASCINANTE STORIA DI UN RE CHE HA TUTTO, E NON SA, O NON RICORDA, CHE TUTTO GLI È DONATA DA DIO - Davide, Peccatore e credente – L’idea di “guarigione” ispira molta parte della spiritualità che viviamo a Lourdes
Lourdes

La spiritualità di Lourdes, sulla quale meditiamo insieme al Lettore nella seconda settimana del mese, ci aiuta molto a leggere questa pagina delle Letture, offerte nella Liturgia di domenica prossima.



Sappiamo che a Lourdes meditiamo spesso sul carisma, sul dono, della guarigione. E sappiamo che questa parola identifica certamente anche la remissione di patologie fisiche, ma si compiace di andare oltre per portare lenimento, conforto, cessazione della pena e del dolore spirituale, morale, esistenziale.


Soprattutto, a Lourdes si cerca la guarigione dell’anima, la sua liberazione dalla soggezione al peccato. Allora è bello vedere in questi brani della Sacra Scrittura quanto l’ Eterno Padre si compiaccia e persino si preoccupi di farci sapere che dal peccato possiamo liberarci affidandoci a Lui e credendo nella Sua Misericordia. Nessuna porta ci sarà chiusa. Guariremo. Guariremo da un male pericoloso e la nostra vita migliorerà. Non solo la nostra vita vera, quella futura, ultraterrena, ma anche la nostra vita che conduciamo qui, come creature finite nella nostra dimensione immanente. Il male, infatti, fa male. Fa male a chi lo subisce per effetto dei nostri comportamenti talvolta sconsiderati. Ma fa male anche a noi che ne siamo vittime. La nostra vita non può essere felice se non sappiamo liberarla dal male, dal peccato. E quanto più allontaniamo questa operazione di pulizia, che è sempre un’operazione di verità, tanto più aggraviamo la situazione peggiorandola.


Così queste Letture ci parlano nientemeno che di un Re. Re Davide. E’ uno che ha tutto ed ha tutto in un’età pericolosa. Ha 40 anni. Ha conquistato la corona. Ha sconfitto i nemici suoi e del suo popolo: in battaglie leali ed a viso aperto, ma anche con l’astuzia, la strategia militare e politica. Insomma, è “arrivato”.


E si crede onnipotente. Un giorno, dalla terrazza del suo palazzo vede in un giardino sottostante Betsabea, moglie di un suo ufficiale, Urìa l’Ittita. L’uomo è lontano, combatte per lui contri i Filistei. Lei è sola ed è bellissima. La vuole e la prende. Ma lei resta incinta. Allora si pone il problema di non esporre la donna alla pena per le adultere, la lapidazione. Cerca di favorire un incontro tra marito e moglie, perchè abbiano un rapporto coniugale, così da fare apparire come legittima quella gravidanza. Richiama l’uomo dal teatro di guerra. Ma cozza contro l’integrità dell’Ittita: un buon soldato, finchè la battaglia non è finita, si astiene.


Urìa è così fastidiosamente fedele. Così fastidiosamente votato alla causa del suo Re, che pure l’ha tradito. Benpensante. Coerente. Allora non trova di meglio che mandare Urìa non più tra le braccia della moglie, ma tra quelle del nemico, in una missione particolarmente pericolosa. Uria muore e lui può sposare Betsabea. Nessuno saprà mai. Tutto è politicamente corretto. Davvero, questo brano della Parola ci presenta il Re come uno che la fa in barba anche ad diavolo. Al diavolo, forse, ma non all’Eterno Padre. E’ il profeta Natan ad informare Davide di una cosa ovvia. Il suo piccolo delirio da onnipotenza sta mostrando la corda. Tutto ciò che ha è un dono di Dio e Dio non paga il sabato. Violare la sua Legge ci espone ad una condizione esistenziale non naturale, prima ancora che non virtuosa, con la quale siamo presto o tardi chiamati a fare i conti. Ci dirà il Salmo, poco più avanti, che questo “fare i conti” con il nostro peccato è una cosa che dà l’ “angoscia”. Quante tensioni dei nostri giorni sono figlie di questa angoscia che emerge comunque nelle nostre vite, anche se non chiamiamo più il peccato con il proprio nome. Anche se, addirittura, i nostri stili di vita, le nostre convenzioni sociali, la “modernità”, ci presentano come “realistico”, “ragionevole”, persino giuridicamente lecito ciò che invece è peccato. Possiamo anche crederci, ma l’adesione a queste convenzioni mondane non ci libera dall’ansia, dal tedium vitae, dalla paura del futuro. La pace del cuore è data da Dio a coloro che con lui vivono in amicizia.

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