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14/09/2013 - Valle D'Aosta - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 15 settembre 2013 - "Mi alzerò, andrò da mio Padre e gli dirò..."

L.Nicholas - Il figliol prodigo, 1882






IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 15 settembre 2013 - "Mi alzerò, andrò da mio Padre e gli dirò..."
L. Nicholas - Il figliol prodigo, 1882

Dal Libro dell’Esodo, Cap. 32, 7 - 11. 13 - 14

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».
Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”».
Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

Dal Salmo 50

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.
Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.

Dalla Prima Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo, Cap. 1, 12 - 17

Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Dal Vangelo secondo San Luca, Cap. 15, 1 - 32

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Un pensiero sulla Parola

E’ così assoluta la potenza di questa Parola, inequivocabile, esigente, capace di inchiodarti alle tue responsabilità, che sarebbe meglio limitarsi a tacere e pregare.

Limitandosi a riconoscere, come San Paolo:” Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”.

Proprio il contrario dell’atteggiamento che assume il figlio maggiore di quel Padre Misericordioso: io qui, io là.. Io ho sempre fatto il mio dovere. Non mi hai dato abbastanza.

Che pena.

Ma il Signore ha disegni provvidenziali e fa sì che il giovane stolto, peccatore, deviato, che vuole rimettere la propria vita nelle mani del Padre non lo incontri sulla via del ritorno. Se no, chissà cosa sarebbe successo. La storia andò, per fortuna, diversamente.

Ma noi?

Quando sappiamo di un nostro fratello che vuole – che cerca di – cambiare strada, siamo proprio sicuri di essere diversi da quel saccente personaggio, che non ha capito quanti doni, in realtà, quel Padre gli abbia già dato?

Una parabola semplice, ma insieme difficile e impegnativa perché innumerevoli sono i bagliori che offre, le ricchezze che dispensa, i significati che dischiude.

Parte male, la storia di questo ragazzo sventurato.

Parte con una naturalezza solo apparente: il giovane pone un’istanza in realtà insussistente, non solo sul piano morale, ma anche del diritto:” dammi la parte di patrimonio che mi spetta”.

A lui, in verità, non spetta proprio nulla: il padre è vivo. La roba è sua. Finchè è in vita, non si può parlare di eredità.

Ma proprio qui sta l’enormità del peccato. La crudeltà dell’affronto.

Per quel ragazzo il Padre è già morto. Non è più figlio. Non sa di essere orfano, ma certo non è più figlio perché, per quel che gliene importa, non ha più padre.

Non riconosce quell’uomo anziano come Padre.

Di certo quel genitore conosce il diritto di successione molto meglio di noi e figuriamoci se non lo conosce anche il fratello maggiore, che tuttavia non si oppone a quella decisione paterna, di assecondare la volontà del figlio degenerato.

Il Padre ti rispetta fino in fondo. Ti ha dato il libero arbitrio proprio perché ti rispetta. Ti ha fatto a propria “somiglianza” per trattarti come un dio. Hai tu il coltello dalla parte del manico.

Il ragazzo parte alla conquista di quel mondo che lo ha già conquistato, sedotto anche per le effimere sicurezze promesse da un’economia affluente.

Che però ad un certo punto finisce. E' l'inizio di una crisi economica imprevista. Eppure possibile e concreta nei suoi effetti. Si devono cambiare abitudini e stili di vita. E così ecco la carestia.

Si presenta una realtà nuova: tutti i progetti di quel giovane si sono dissolti e, di più, mostrano la corda i modelli sociali e culturali sui quali aveva pensato il proprio futuro. Quei modelli più persuasivi, più affascinanti di quanto non fosse la compagnia del Padre, più capaci di dare senso alla vita di quanto non fosse la condizione di figlio.

Non è più nulla.

Non ha più futuro. Si adatta a tutto. Anche a fare il  guardiano di porci.

Forse noi, con la nostra cultura, non abbiamo ben chiaro cosa questo volesse dire per un giovane ebreo.

Cui non era consentito cibarsi di carne di maiale.

Talchè il Lettore potrebbe domandarsi come mai – in una regione i cui abitanti non potevano mangiare carne suina – si allevassero i maiali.

Si allevavano perché Israele era invasa dai soldati romani, dai trasferisti dell’Impero, che invece la carne di maiale la mangiavano eccome. Non era forse proprio la porchetta che conosciamo anche noi, ma ci andava vicino.

Sarebbe come se noi, oggi, fossimo invasi da un altro popolo, assoggettati alle sue milizie, che – per esempio – considerassero una prelibatezza la carne di topo. O, per non andare tanto lontano, di nutria o di serpente.

E perciò fiorirebbero gli allevamenti di topi, nutrie e serpenti.

E siccome ci vorrebbe qualcuno che se ne occupasse, ecco che i più sfortunati di noi dovrebbero andare ad accudire gli animali di quegli allevamenti.

Immaginiamoci dunque di essere costretti per necessità a fare i guardiani dei topi che poi, bene ingrassati, imbandiranno la mensa degli invasori della nostra terra.

Per fame, si fa questo ed altro.

Ed è proprio la fame che fa tornare in sé il ragazzo.

Questo istinto naturale ci viene presentato dalla Parola di Dio in modo non univoco e il Padre se ne serve per consegnarci messaggi di segno diverso.

Per esempio, quando Gesù digiuna nel deserto per 40 giorni, il tentatore gioca le sue carte “quando” il Figlio di Dio “ebbe fame”. Tenta di insinuarsi nel cuore del Dio fatto uomo al seguito di un istinto umano.

Anche i nostri progenitori, nel giardino dell’Eden, valutano la proposta del serpente antico alla luce del fatto che quel frutto era “buono”, “gradito agli occhi” e “desiderabile”.

Ma qui, ora, i morsi della fame, della fame non saziata, dicono anche qualcosa di diverso.

Dicono che la fame di mondo è mendace e lo è tanto più se ci illudiamo che il mondo possa darci soddisfazioni maggiori di quante invece ce ne assicuri la compagnia del Padre.

Anche le giuste e naturali soddisfazioni materiali, come ad esempio il soddisfacimento delle nostre esigenze vitali.

Ma per ora nella parabola sembra che per quel ragazzo non ci sia niente da fare.

Non è ancora convinto della vanità dei suoi modelli.

Gioca fino in fondo la sua partita.

Insiste nella sua omologazione ai modelli offerti dal mondo.

Per mangiare, si fa maiale.

Compete con loro. Contende loro le carrube. Non è difficile immaginarlo intento in questo esercizio.

Coricato per terra, guata le zampe che picchiettano, i grugni che grufolano nella mota. Tenta il tutto per agguantare prima di loro una ghianda.

Ma niente da fare.

Lui è un uomo.

Fatto ad immagine e somiglianza del Padre.

Anche se ci prova, non riesce ad essere maiale quanto un maiale vero.

L’uomo che vuole vivere come una bestia, in fondo, fallisce.

Il suo orizzonte è tutto lì, costretto a traguardare quella polverosa o infangata arena nella quale si consuma la disfida.

Una sconfitta annunciata che, ad un certo punto, si presenta in tutta la sua drammatica verità. Cadono le sovrastrutture, le quinte della messa in scena mondana e la realtà è lì, essenziale, concreta, spietata: muoio di fame.

Poi, l’illuminazione, che non è conseguenza di una visione magica. E' la risposta a quella fame. Dio ci corregge anche così.

Si sveglia.

Si rende conto che quella condizione di bestia non è per lui.

Allora riprende contezza della sua condizione di uomo che non è fatto per strisciare alla sequela della bestia, sullo stesso piano, nella polvere, alla quale fu condannato il serpente.

E prende una decisione.

La decisione è – prima di tutto – quella di recuperare la propria dignità che si invera nella condizione di uomo e di figlio ed è plasticamente tradotta in una particolare ed unica postura, propria e distintiva della nostra umanità: la stazione eretta.

“Mi alzerò”.

Così decide il ragazzo.

Ma questo proposito non può realizzarsi completamente senza un dinamismo ulteriore:”E andrò da mio Padre”.

Non siamo veramente uomini se non stiamo con il Padre. Non viviamo fino in fondo ed autenticamente, costruttivamente, in modo fecondo, la nostra condizione umana senza traguardare, di nuovo nella stazione eretta, lo stesso orizzonte che ci consente di contemplare la sequela di Gesù.

Il Padre, poi, non aspetta altro.
E’ un Padre che non ce la fa a stare senza di noi. Anche quando gli vengono i cinque minuti, poi gli passa.

Ce lo assicura anche l’Autore dell’Esodo:”Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo”.

Noi siamo amati da un Dio che si pente e non ci rendiamo conto dell’enormità di questo amore. Di quanto sia straordinario il messaggio che la Scrittura vuole dirci con queste parole: Dio ci ama a tal punto che non esita a tornare sulle proprie decisioni. Gli dispiace di essersi arrabbiato con noi. E' un amore tanto grande che - non sembri irriguardoso - genera in qualche modo una sorta di "dipendenza". Soffre più lui di noi, quando sbagliamo, quando ci meritiamo un castigo.

Nessun dio, tanto meno uno dei molti idoli che talvolta seguiamo ed inseguiamo,  si è mai pentito di niente. Tranne l’unico vero Dio, il Signore, che ha voluto farsi come noi. Ha voluto dimostrarci, incarnandosi, di voler condividere i nostri dolori, le nostre piaghe, materiali e spirituali.

Lui aspetta come il Padre che stava sulla porta perché sentiva che qualcosa era cambiato in quel suo figlio. Lo sentiva e lo aspettava anche se lui non era ancora proprio tornato, non gli aveva ancora detto nulla, anzi: “era ancora lontano”.

 

 

 


 



 



 



 



 



 


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