VercelliOggi.it
Il primo quotidiano on line della provincia di Vercelli
Meteo.it
Borsa Italiana
19 August 2018 | Vai alla Prima Pagina
Il Santo del giorno
Cerco/Offro lavoro
PiemonteOggi.it
CasaleOggi.it
BiellaOggi.it
CuneoOggi.it




Dettaglio News
07/08/2010 - Vercelli Città - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO – Letture della Liturgia di domenica 8 agosto 2010 – "Dov’è il vosro tesoro, là sarà anche il vostro cuore""




IN PRINCIPIO ERA IL VERBO – Letture della Liturgia di domenica 8 agosto 2010 – "Dov’è il vosro tesoro, là sarà anche il vostro cuore""
Gesù parla al piccolo gregge

Dal Libro della Sapienza, Cap. 18,6-9



La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri,
perché avessero coraggio,
sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà.
Il tuo popolo infatti era in attesa
della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici.
Difatti come punisti gli avversari,
così glorificasti noi, chiamandoci a te.
I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto
e si imposero, concordi, questa legge divina:
di condividere allo stesso modo successi e pericoli,
intonando subito le sacre lodi dei padri.


Dal Salmo 32


Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.


Dalla Lettera di San Paolo Apostolo agli Ebrei, Cap. 11,1-2.9-18


Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.
Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.
Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna
di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.
Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.


Dal Vangelo secondo San Luca, Cap. 12,32-48


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».


UN PENSIERO SULLA PAROLA


Forse non tutti ricordano la insuperabile poesia di Rudyard Kipling (Premio Nobel 1907 per la Letteratura, Bombay, 30 dicembre 1865 – Londra, 18 gennaio 1936. Autore, tra l’altro, de “Il libro della Jungla”, “L’uomo che volle farsi re”, del poema “Gunga Din”).


Il titolo “Se” già racchiude ed anche dischiude, nella piccola congiunzione introduttiva della proposizione dubitativa, un trattato sulla vita.


Un trattato che un padre legge insieme al proprio figlio, prendendolo per mano verso il futuro, già sapendo che un giorno le mani dovranno lasciarsi e il giovane dovrà camminare da solo nella vita. Quel padre ripropone, in tre strofe, l’insegnamento che leggiamo in questa pagine della Parola di Dio.


Diremmo che tutta la poesia è attinta da una sapienza che non è originata dal caso, ma da una prospettiva provvidenziale nella quale l’uomo può scegliere – o no – di traguardare il proprio orizzonte.


Le strofe sono queste, ma diciamo subito che preferiamo, al termine di queste righe, offrire l’integrale versione dell’opera, che rappresenta una fonte inesauribile di pensieri ai quali conviene dedicare un po’ di tempo, non sfuggire, assumerli – anzi – perché ci aiutino a guardare un po’ dentro noi stessi:


Se sai trattare nello stesso modo due impostori
- Trionfo e Disastro - quando ti capitano innanzi (…)


Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti consumati,
Le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante;
Se di tutto ciò che hai vinto sai fare un solo mucchio
E te lo giochi, all'azzardo, un'altra volta,
E se perdi, sai ricominciare
Senza dire una parola di sconfitta


Una  lettura superficiale di questo testo potrebbe portarci a concludere che in questi versi sia una sorta di “inno” al fatalismo. Una inclinazione astrattamente atarattica alle cose del mondo, un abbandono indifferente alle bizze di un destino che, talvolta, può essere “cinico e baro”.


Ma la bellezza della poesia è troppo struggente e coinvolgente per farcene accettare una lettura riduttiva. E allora, quasi spinti dalla passione, siamo portati a cercare la radice di questa così illuminata esperienza sapienziale da qualche altra parte che non sia la sola filosofia umana.


E così incontriamo questa pagina della Parola, che è nel Libro della Sapienza.


L’Autore del Libro della Sapienza (scritto attorno al 50 avanti Cristo) pare anticipare Kipling, illustrando quanto “I figli Santi dei giusti” convennero:”Condividere allo stesso modo successi e pericoli”.


Cambiano tempi, stili letterari e linguaggi, ma la forza del messaggio resta intatta.


Un messaggio affidato non tanto alle declamazioni, ad essere retoricamente strombazzato. Quanto piuttosto elaborato e custodito e consegnato alla dimensione della ricerca interiore, alla intimità di un’anima che ricerca. Infatti, quei “figli Santi dei giusti” non pervenivano a quella condizione così difficile ed impegnativa per mezzo di liturgie ad effetto, o magari nel corso di qualche seduta di traing autogeno, oppure partecipando ad adunanze spiritualiste, ma piuttosto “offrivano sacrifici in segreto”.


L’orizzonte di quel figlio che ascolta i consigli del padre, nelle parole di Rudyard Kipling, sarà percorso da nubi o illuminato dal sole di Primavera, perché questa è comunque la prospettiva di ogni “costruttore responsabile della società terrena” consapevole che il Signore riserva ai suoi figli, insieme alle prove, anche le risorse interiori per affrontarle.


Un principio sul quale Gesù, in questo brano del Vangelo di San Luca, è molto chiaro:”A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più


Una pagina, quella odierna della Scrittura, che pare voglia attirare in modo particolare la nostra attenzione proprio sulla necessità di sapere leggere meglio dentro di noi.


Dobbiamo sapere ascoltare il nostro cuore. Che vuol dire lasciare parlare la nostra anima, la nostra coscienza. Sappiamo che la Scrittura ricorre alla parola “cuore” non certo o solo per indicare l’indispensabile muscolo cardiaco e nemmeno per alludere alla sfera dei sentimenti, in una contrapposizione ideale con quella della ragione.


Il ricorso a questa espressione vuole piuttosto dirci di un “centro” che è sintesi di tutto questo: sentimenti, ragione, vocazione naturale. Insomma: noi stessi, la nostra identità, la nostra essenza; il “tutto” della nostra personalità e, infine, della nostra persona. Con i nostri meriti e limiti, con le nostre passioni e suggestioni. Con la nostra adesione a quanto è spirituale, così come ed altrettanto necessariamente a quanto è materiale.


Allora, ecco che Gesù parla con franchezza ai discepoli, al suo “piccolo gregge” avvertendoli:”Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.


Sappiamo il grande successo riscosso dal libro che Susanna Tamaro ha intitolato “Va dove ti porta il cuore”.


Leggendo le parole di Gesù alla luce di quel titolo sembra tutto lineare e chiaro: come i binari di una ferrovia o il nastro d’asfalto di un’autostrada: lì c’è il tesoro, lì andrà il nostro cuore. Andremo noi. Andremo con tutte le nostre forze, con tutta la forza della nostra volontà.


Ma Gesù non si propone come ausiliario del traffico. Non illustra un cartello stradale. Non vuole dare informazioni sulla strada da seguire.


Piuttosto, ci avverte. Ci consiglia – ancora – di guardare dentro noi stessi.


E, allora, facciamolo.


Cosa ci sta dicendo il nostro cuore? Cosa ci sta suggerendo? Cosa ci sta proponendo come cosa irrinunciabile? Come bene supremo?


E’ meglio che cerchiamo di capirlo bene, perché, in quel momento, in quel periodo storico, in quel frangente, in quella parte della nostra vita, per noi quello è il nostro “tesoro”.


E’ una persona? E’ una carica? E’ il denaro? E’ un salto di carriera?


E, allora, quella persona, quella carica, quelle ricchezze e la carriera, siamo proprio sicuri che meritino di essere la meta di una vita?


Dobbiamo essere capaci di usare il discernimento, che la Parola di Dio ci chiama a non abbandonare mai.


Gesù  - è il suo insegnamento costante, che viene riproposto come un “fil rouge” nelle Letture di queste domeniche – ci dice chiaramente che il nostro tesoro vero è in Cielo.


E che la nostra vita va spesa in vista di quella vera e definitiva. I nostri tesori terreni, perciò, sono veri se sono conformi alla strada che Gesù ci indica. Altrimenti sono abbagli, distrazioni, perdite di tempo.


Questo dobbiamo talvolta ricordare al nostro “cuore” che, magari un po’ insidiato dal mondo e dalla tentazione, ci fa scambiare la moneta cattiva per buona e ciò che è caduco e privo di senso e vita, come un “tesoro” capace, per un po’ di rapirci e poi di tradirci, rivelandosi nella sua misera condizione ci cosa “finita”, che non sa competere con l’infinito.


 


SE


Se riesci a non perdere la testa, quando tutti intorno
La perdono, e se la prendono con te;
Se riesci a non dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano,


Ma anche a cogliere in modo costruttivo i loro dubbi;
Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere;
Se sai non ricambiare menzogna con menzogna,
Odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono,
E a evitare di far discorsi troppo saggi;
Se sai sognare - ma dai sogni sai non farti dominare;
Se sai pensare - ma dei pensieri sa non farne il fine;
Se sai trattare nello stesso modo due impostori
- Trionfo e Disastro - quando ti capitano innanzi;
Se sai resistere a udire la verità che hai detto
Dai farabutti travisata per ingannar gli sciocchi;
Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti consumati,
Le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante;
Se di tutto ciò che hai vinto sai fare un solo mucchio
E te lo giochi, all'azzardo, un'altra volta,
E se perdi, sai ricominciare
Senza dire una parola di sconfitta;
Se sai forzare cuore, nervi e tendini
Dritti allo scopo, ben oltre la stanchezza,
A tener duro, quando in te nient'altro
Esiste, tranne il comando della Volontà;
Se sai parlare alle folle senza sentirti re,
O intrattenere i re parlando francamente,
Se né amici né nemici riescono a ferirti,
Pur tutti contando per te, ma troppo mai
nessuno;
Se riesci ad occupare il tempo inesorabile
Dando valore a ogni istante della vita,
Il mondo è tuo, con tutto ciò che ha dentro,
E, ancor di più, ragazzo mio, sei Uomo!
Rudyard Kipling

NON SONO DISPONIBILI ALTRE IMMAGINI
VercelliOggi.it - Network ©
Iscrizione R.O.C. n° 23836 - Data ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2014 - Direttore responsabile: Guido Gabotto
Via F. Petrarca 39 - Vercelli - Tel. 0161 502068 - Fax 0161 260982
Mail: info@vercellioggi.it - Note Legali - Privacy
Supporto tecnologico: Etinet s.r.l - 12038 Savigliano (CN) - www.etinet.it