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29/06/2019 - Valsesia e Valsessera - Economia

ASSEMBLEA GENERALE CONFINDUSTRIA NOVARA VERCELLI VALSESIA – Il discorso del Presidente di Confindustria Novara Vercelli Valsesia Gianni Filippa

Dopo la proiezione del video, Gianni Filippa si è rivolto alle autorità, al presidente Boccia, ai colleghi imprenditori e al pubblico partendo dalla domanda di che cosa diremo un giorno ai nostri nipoti






ASSEMBLEA GENERALE CONFINDUSTRIA NOVARA VERCELLI VALSESIA  – Il discorso del Presidente di Confindustria Novara Vercelli Valsesia Gianni Filippa

L’Assemblea generale CNVV si è tenuta il 26 giugno a Novara nel Castello Visconteo Sforzesco.

L’ordine del giorno è stato il seguente:

Parte Privata
1) Relazione sull’attività svolta dall’1 gennaio 2019
2) Approvazione dei Bilanci Consuntivi 2018 di AIN e di CVV
3) Approvazione del Bilancio consuntivo CNVV dal 25 luglio al 31 dicembre 2018

Parte Pubblica - Relazione del Presidente di CNVV
- Intervento di Marco Fortis – Vicepresidente della Fondazione   Edison
- Intervento di Vincenzo Boccia – Presidente di Confindustria

Di seguito il discorso tenuto dal Presidente di Confindustria Novara Vercelli Valsesia Gianni Filippa:

Stavamo sognando. Ci accontenteremmo, infatti, di molto meno di quanto abbiamo visto nel filmato... Una cosa, però, è certa: abbiamo le capacità e le competenze per fare tutto questo. Dobbiamo solo essere messi nelle condizioni di poterle esprimere al meglio.

Autorità, presidente Boccia, colleghi imprenditori, signore e signori, partiamo dalla domanda che questo video, depotenziato dalla sua positiva visionarietà, rende inevitabile: che cosa diremo, un giorno, ai nostri nipoti?

Diremo loro “vi abbiamo lasciato un debito pubblico enorme”…? Oppure vogliamo fare in modo di lasciar loro un Paese in cui possono vivere e lavorare in modo sereno, una condizione di vita e di lavoro che consentirà, magari, di lasciare ai loro figli un Paese migliore?

Forse per la prima volta nella storia stiamo rischiando di consegnare alle future generazioni un mondo peggiore di quello che abbiamo ricevuto in eredità e nel quale abbiamo vissuto noi. Dobbiamo ritornare a dare e a creare fiducia, speranza, valore. Dobbiamo ridiventare un’Italia che ha voglia di crescere, di fare impresa.

Il mese scorso, durante un viaggio in Giappone, in cui per la prima volta sono stato a Hiroshima, riflettevo sul fatto che 75 anni fa l’Europa era ancora in guerra... Forse lo abbiamo dimenticato troppo in fretta. Abbiamo dimenticato che i politici che, dopo tanto orrore, decisero di costruire l’Unione europea, esprimendo una grandissima visione strategica, pur non avendo realizzato una cosa perfetta ci hanno consentito di vivere in pace per il periodo più lungo della storia dell’umanità, di superare i confini, di creare ricchezza e contribuire a realizzare il più grande mercato mondiale. Viviamo e operiamo nel continente in cui ci sono meno disuguaglianze sociali, abbiamo un welfare invidiabile, non paragonabile con alcuna altra parte del mondo. Non dimentichiamolo. Credo che i politici di oggi dovrebbero avere una visione strategica più lungimirante, che si avvicini a quella dei padri fondatori dell’Europa contemporanea, trovando il coraggio di superare gli interessi nazionali per fare veramente un altro grande passo verso l’integrazione.

È molto difficile, certo, raggiungere una vera integrazione europea quando ci troviamo di fronte a politiche fiscali e a costi del denaro che, pur condividendo la stessa moneta, sono diversi. Capisco quando gli economisti ci spiegano che il costo è nel “rischio-Paese”, ma credo che o si pensa a un’Europa con meno stati più omogenei tra loro oppure si devono accettare le diversità che ci contraddistinguono, evidentemente con i dovuti aggiustamenti, e trovare soluzioni adeguate, perché chiudersi nei propri confini, oggi, non conviene. Non si può pretendere di avere solo i benefici dell’essere parte di una “casa comune”.

Per fortuna le nostre province, a differenza di altre, stanno soffrendo meno: i nostri imprenditori continuano a girare il mondo e a trovare nuovi clienti, Ieri ero in una azienda e guardavo alcune casse pronte per la spedizione: Dubai, Messico, Norvegia. Ho pensato: questo significa “creare valore”. Perché prima di distribuire la ricchezza bisogna crearla; altrimenti si crea solo debito...

Le aziende novaresi, vercellesi, valsesiane, italiane sono molto competitive se viste dall’interno. Abbiamo fatto investimenti importanti, in questi anni, soprattutto nell’automazione e nel capitale umano; il problema è che diventiamo meno competitivi dal nostro cancello in poi... Prendiamo come esempio il tema della viabilità: vi sembra una cosa normale che di realizzare la pedemontana tra Biella e Romagnano Sesia si parli, se non sbaglio, dal 1965? O che per andare da Novara ad Arona si possa impiegare anche un’ora e mezza, da Novara a Vercelli un’ora? Potrei continuare, citando la circonvallazione di Romagnano, ancora incompleta dopo decenni di annunci, ma credo sia meglio fermarsi e pensare a quanto queste carenze infrastrutturali portino inefficienze e tempi morti anche per i nostri dipendenti. Un altro esempio è quello di Malpensa, abbandonata, con lungimirante mossa strategica, dalla nostra “compagnia di bandiera”, mentre i nostri clienti esteri e i turisti spesso sono costretti a fare scalo a Parigi, Francoforte o Londra. Di certo si fatica a competere con tutti questi “freni”...

A proposito di infrastrutture, proprio in queste ore si sta svolgendo a Torino un importante incontro, organizzato da Confindustria Piemonte insieme a Medef Auvergne Rhône-Alpes e ai Cluster nazionali Trasporti e Smart Communities, dedicato al “Corridoio Mediterraneo e le Vie della Seta”. Per questo motivo Fabio Ravanelli non è qui con noi: la Coordinatrice europea del Corridoio Mediterraneo, che concluderà i lavori, non aveva un’altra data disponibile. Speriamo che ciò che verrà detto riesca a far capire quanto il problema non sia semplicemente di dire “si” o “no” alla Torino-Lione, ma di inserire questa tratta negli scenari di sviluppo sovranazionale che portano da Lisbona a Kiev.

Altro freno: oggi 26, giugno 2019, non sono sicuro di quanto pagherò di tasse sul reddito per quest’anno. In generale, quando si avvia una nuova iniziativa imprenditoriale non si sa mai quando la si potrà concludere, perché c’è sempre un Ente che per motivi a volte sconosciuti ha il diritto di fermarti e di darti la risposta quando vuole: basta un piccolo cavillo per prorogare i termini all’infinito... Invece di fare continuamente nuove leggi mi chiedo se non sarebbe meglio eliminarne qualcuna e fare chiarezza: se si può o non si può fare qualcosa lo devo sapere con certezza prima possibile. L’attività d’impresa ha bisogno di tempi e di informazioni certe.

Ci sono amministrazioni comunali, e non le cito perché non vorrei dimenticarne qualcuna, che nonostante regolamenti astrusi hanno fatto e fanno di tutto per sostenere gli insediamenti produttivi, come pure ci sono molti funzionari pubblici con i quali collaboriamo positivamente e che cercano, nei limiti del possibile, di favorire la semplificazione. Approfitto per ringraziarli pubblicamente, ma non posso fare a meno di sottolineare che le nostre imprese sono letteralmente “sommerse” da regolamenti, alcune volte anche in contrasto tra loro, che ci rendono sempre più difficile fare il nostro mestiere.

Vi chiederete come fanno i nostri imprenditori a continuare a sviluppare le loro aziende, creando valore per tutto il territorio? La risposta è semplice: perché sono bravi; perché buttano il cuore al di là dell’ostacolo e vanno avanti con grande forza, resilienza, determinazione. Dico spesso che bisognerebbe istituire la “giornata dell’imprenditore”: un momento ufficiale di riconoscenza ai tanti, anche oggi qui presenti, che non si arrendono mai e continuano a creare ricchezza, giorno dopo giorno, nonostante tutto e tutti.

Altro tema di grande importanza è quello della dignità del lavoro. La nostra Repubblica, come dice la Costituzione, è fondata sul lavoro; ma il lavoro non si crea per decreto... Le nostre aziende hanno bisogno di collaboratori, perché il nostro business è fatto prima di tutto di persone. Ho citato prima la capacità dei nostri imprenditori; vorrei ora ringraziare tutti i nostri collaboratori, perché senza di loro non saremmo mai riusciti a fare quello che abbiamo fatto.

Oggi, però, il mondo del lavoro richiede professionalità diverse, che si adattino ai cambiamenti, e molte, troppe volte l’offerta non si incontra con la richiesta. Si tratta di un problema decisivo per il nostro sistema economico, che andrebbe affrontato con una programmazione strategica che si sviluppi su più anni, intensificando le sinergie con i mondi della scuola e della formazione. Non possiamo pensare di risolverlo inventandoci i “navigator”... Il problema del lavoro non si risolve con un neologismo: si deve adottare un nuovo metodo, perché per formare un bravo artigiano o un bravo operaio metalmeccanico ci vogliono anni, mentre in qualche mese si potrà dare solo un reddito a qualche migliaio di persone ma non si sarà risolto nulla dal punto di vista strutturale.

L’epoca in cui viviamo ha sancito la “fine del lavoro” così come lo abbiamo conosciuto per decenni. Molti vorrebbero che il mondo non cambiasse mai e non vogliono prenderne atto, aggrappandosi a sistemi rigidi che non possono che portare a condizioni di decrescita e di malessere sociale. Il mondo del lavoro, invece, dalle professioni tecniche a quelle intellettuali, si sta progressivamente caratterizzando per situazioni sempre più mutevoli e flessibili, portando con sé la fine di luoghi, tempi e attività uniformi. E mentre si dissolvono i confini tra mercati del lavoro nazionali e svaniscono i lavori stabili e prevedibili nel nostro Paese si ragiona ancora con un mercato del lavoro rigido, con regole stravaganti e spesso anacronistiche.

Un segnale della rapidità con cui questa direzione viene percorsa è, ad esempio, il numero di freelance presenti tra i “millenials” negli Usa: già oggi è superiore al 50%; e questo avviene non per necessità, ma per scelta... Un altro segnale ci arriva dal numero (sempre, purtroppo, in aumento) dei nostri laureati che va all’estero e che, erroneamente, viene etichettato come un fenomeno di “fuga”. Se proviamo a cambiare il punto di vista capiremo che, invece, il più delle volte i nostri “cervelli” non “fuggono”, ma scelgono...

Servono esempi di altri freni e vincoli alle nostre attività? Provate a spiegare a degli investitori esteri che cosa sono l’Imu e l’Irap: non ci credono, pensano che scherziate...! E qui non stiamo parlando della “flat tax”; qui si parla di tasse indipendenti dall’utile aziendale. Si sta discutendo molto, in questi giorni, anche del cosiddetto “salario minimo”. Credo che sarebbe meglio fare chiarezza e parlare di un compenso minimo per i rider o per chi lavora nei campi ed è vittima del caporalato. Ma non si può mettere tutto sullo stesso piano, perché le industrie aderenti a Confindustria sono un esempio virtuoso di rispetto dei contratti. Dovremmo, invece, ragionare seriamente sulla riduzione del cuneo fiscale o su una ulteriore detassazione dei premi aziendali, che creerebbe, a fronte di risultati concreti, un immediato aumento del reddito per i lavoratori.

E poi, sempre per restare su temi di attualità, come posso pensare che una multinazionale investa in Italia se ho davanti agli occhi l’esempio di Arcelor-Mittal, che dopo essersi impegnata a investire cinque miliardi per la bonifica di Taranto si trova un decreto che dice che la non perseguibilità penale nei confronti degli attuali amministratori per fatti avvenuti negli anni precedenti non è più valida? Nei nostri territori operano soprattutto imprenditori locali, che sono la spina dorsale del nostro tessuto produttivo, ma non possiamo dimenticare le multinazionali. Oggi si tende quasi a criminalizzarle, ma dobbiamo ricordarci che ci sono multinazionali che operano da decenni in modo esemplare e che hanno portato anche nelle nostre zone un benessere diffuso e importante: in Italia ci sono 14mila  multinazionali che occupano l’8% della forza lavoro totale e generano il 18% del fatturato complessivo. Credo quindi che sia ora di finirla con la cultura del “contro”, con la cultura - passatemi il termine - dell’odio. Non possiamo più tollerare che se il Governo fa qualcosa di positivo la consideri una vittoria “contro” qualcuno o qualcosa: se ha fatto una cosa positiva siamo tutti contenti e speriamo che ci porti a migliorare. Nient’altro...

Lascio ora la parola al professor Fortis, che ci illustrerà una situazione dell’industria italiana molto migliore di quanto si pensi. Saremo confortati dai numeri più che dalle parole. Perché la vera sfida che attende tutti noi è quella di riuscire a diventare nei prossimi anni leader mondiali non solo in alcuni settori industriali ma anche nella qualità della vita e nella capacità di attrarre talenti e, attraverso loro e insieme a loro, dare a tutti i nostri giovani un futuro migliore del presente.

Concludo con un invito, che vi sembrerà inusuale: al piano terra di questo edificio è allestita una mostra, molto interessante, che vi invito, a fine lavori, a visitare. Si intitola “la forza del tempo fragile” e parla della ricerca di nuove soluzioni, nuove idee, nuovi benefici per l'umanità, presente e futura.

Questa mostra presenta un percorso a tappe sul tema della "resilienza", intesa come la capacità degli individui e delle comunità di affrontare i problemi e gli imprevisti della vita, uscendone rafforzati, a dimostrazione di quanto l'essere umano sia sempre in grado di trasformare i tempi di crisi (come quelli di guerra che citavo all’inizio e come, seppure in forme differenti, quelli che stiamo vivendo) in occasioni di crescita e di cambiamento positivo.

Signore e signori, colleghi imprenditori,

questo nostro tempo è senza dubbio ancora molto fragile e incerto. Sta a noi trovare il modo per ridargli forza, infondendo in tutte le sue componenti quella che è sempre stata la “nostra” forza: la forza dell’impresa, la forza dello sviluppo, la forza del progresso.

È un compito imprescindibile, che ci lega tutti in una comune corresponsabilità, per il futuro nostro e di chi ci seguirà. È il compito di chi crede nei nostri valori di persone, di cittadini e di imprenditori seri, onesti, determinati e responsabili. È un compito dal quale non possiamo sottrarci e dal quale, potete starne certi, non ci sottrarremo.

Grazie”.

 

 



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