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02/08/2017 - Trinese - Società e Costume

"MAESTRO, NON T'IMPORTA CHE MORIAMO?" - Un mare di gente in S.Bartolomeo a Trino per l'ultimo saluto a Gian Mario Demaria - A lui chiediamo ancora una cosa: fammi essere un po' come te

C’è soprattutto la volontà di non lasciare che il grandissimo privilegio di avere condiviso per qualche tempo la compagnia di Gian Mario passi senza frutto.



"MAESTRO, NON T'IMPORTA CHE MORIAMO?" - Un mare di gente in S.Bartolomeo a Trino per l'ultimo saluto a Gian Mario Demaria - A lui chiediamo ancora una cosa: fammi essere un po' come te


( g. g. ) - Il mare di gente che è convenuto qui oggi nella Chiesa di San Bartolomeo, la parrocchiale di Trino, per l’ultimo saluto a Gian Mario Demaria, è come ciascuno di noi al cospetto di una domanda, che interroga e, ad un tempo, è capace di introspezione.

                  

Preparata per noi, noi che pure la rivolgiamo così spesso al Padre:”Maestro, non t’importa che moriamo?”.

 

E’ il Vangelo di S.Marco, letto oggi al rito esequiale.

 

Verso sera” il Maestro disse a quei discepoli che pure avevano già deciso di lasciare tutto, di lasciarsi alle spalle la vita vecchia per seguirlo, perché lui era la via, il Maestro dunque disse:”Passiamo all’altra riva”.

 

Forse a noi pare che la nozione di “sera”, se rapportata alla nostra vita, il momento cioè in cui a noi sembra logico passare “all’altra riva”, debba corrispondere alla cadenza delle ore come scandite dall’ orologio, dei giorni come riepilogati nel calendario.

 

Cioè da uno strumento che noi stessi – l’uomo – è stato capace di inventare.

 

Perché il problema del tempo, è sempre lì, nuovo e sigillato ed a nulla vale rimettere i pensieri all’ordinato e misterioso rifluire di quello illustrato dal Qoelet (3, 1- 2): “C’è un tempo per ogni cosa, il tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire” .

 

Quando è questo tempo?

 

Sembra anche a noi, quando il Mistero ci coglie pieni di lacrime, che Dio dorma.

 

Si sia distratto:”Egli se ne stava a poppa sul cuscino e dormiva”.

 

Dorme, addirittura sul cuscino, mentre la barca della nostra vita è nella tempesta, noi siamo nelle lacrime.

 

Così il Vangelo di San Marco ci consegna l’immagine di un Dio addormentato che deve essere come “svegliato” dalla creatura che geme e teme.

 

Così da meritarsi il rimprovero, dolce eppure chiaro nella sua pedagogia: ”Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”

 

***

 

Ecco, tutta la gente che è qui oggi, in questo corrusco 2 agosto per l’ultimo saluto a Gian Mario, certo si è posta la domanda antica e radicale:”Perché?”.

 

Perché così presto, perché proprio lui che era buono e mite.

 

Perché lui, che mai aveva fatto male ad alcuno.

 

Era gentile con tutti.

 

Sembrava volesse nella sua vita quotidiana tradurre l’invito di San Giovanni Bosco:”Studia di farti amare”.


Si studiava di farsi voler bene da tutti.

 

Anche chi scrive potrebbe raccontare tanti episodi di vita vissuta che direbbero del grande professionista: un Avvocato preparatissimo.

 

Direbbero del politico lungimirante e sapiente.

 

Direbbero dell’uomo di sport, mai per nessun motivo nemmeno disposto a pensare a compromessi quali nel calcio talvolta si vedono, sicchè il calcio sembra un po’ meno sport ed assume le sembianze di qualcos’altro: quando va bene, spettacolo.

 

A me piace ricordarne anche il finissimo senso dell’umorismo, l’intelligenza viva, l’ironia sapida e discreta, capace di trovare il lato buffo di ogni situazione.

 

Ma oggi Gian Mario sicuramente preferirebbe che si parlasse proprio di noi, che siamo qui più soli, perché quella domanda:”Maestro, non t’importa che moriamo?” illustrata nella magistrale omelia di Don Jacêk Jankosz, è per noi.

 

Lui ora sa come vanno le cose.

 

Ora contempla il volto del Padre.

 

Noi, invece,  siamo qui che sempre cerchiamo di “comprendere”, cioè di “contenere” nelle nostre  povere e piccole categorie e possibilità umane, la grandezza del Mistero.

 

Finchè, per tenerci in qualche modo tranquilli: è il Mistero che ci prende con sé, si fa come noi. Soffre, muore, muore in Croce.

 

Oggi c’è un po’ di tutto questo qui a Trino. Non c’è rassegnazione.

 

C’è fiducia.

 

C’è soprattutto la volontà di non lasciare che il grandissimo privilegio di avere condiviso per qualche tempo la compagnia di Gian Mario passi senza frutto.

 

Già si pensa a tante iniziative per consegnarne la memoria al futuro.

 

Ma la più grande tra queste iniziative è il proposito vero e sincero, che crescerà irrorato dalle tante lacrime versate oggi, di assumere il suo esempio per cambiare un po’ il nostro personale modo di essere.

 

Ce la faremo?

 

Ce la faremo ad essere un po’ come te, Gian Mario?

 

Ce la faremo ad essere come te che, come accade a tutte le persone veramente grandi, lasci questo mondo un po’ migliore di come l’hai trovato?

 

Ma per un momento non pensare – da lassù – al Mondo nella sua cosmica indeterminatezza: pensa a noi, a me, fammi diventare un po’ come te.

 

 

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