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20/12/2010

Tanti sport, ma “Quale” avversario?

Scopriamo insieme chi o quanti sono gli avversari da affrontare durante la pratica sportiva: potremmo stupirci di scoprirne alcuni "inediti"...




Tanti sport, ma “Quale” avversario?
Sport e competizione: connubio inscindibile...

 



Avete mai pensato che ogni tipo di competizione sportiva ha insita un certo tipo di volontà di combattere contro qualcuno o qualcosa? Immaginate uno sport (inteso come competizione) e osservate attentamente che, da qualunque lato lo giriate o in “comunque” modo lo sottoponiate ad osservazione, troverete sempre un avversario da battere. Ma non è sempre lo stesso, anzi ha molteplici e mutevoli forme.


Ognuno di noi sa certamente che l’attività sportiva prevede allenamento e, usualmente, l’allenamento è già parte della competizione e, di norma, in prova si esegue già in maniera completa ed esaustiva la pratica sportiva che sarà oggetto di gara.


Ad esempio, un atleta prova i 100 metri che correrà in gara, un cestista esguirà più volte dei tiri liberi che scoccherà poi durante la partita, un ginnasta ripeterà più volte la coreografia agli anelli e un cavallerizzo eseguirà i balzi che effettuerà durante il concorso ippico, e avremo pure un pugile che colpisce un sacco più volte e/o uno “sparring partner”  e così via. Se ci fate caso, però “l’avversario” non è mai lo stesso… .


Vi do’ ancora qualche istante di riflessione e prima di continuare a leggere pensate un attimo a quanto sopra scritto… .


Chi corre ha realmente come avversario un altro atleta? Chi tira a canestro o calcia in una rete un pallone deve necessariamente aver bisogno di una gara per dimostrare di saper segnare oppure no? Il ginnasta o il tuffatore sa che è in grado di fare quello che dovrà proporre in competizione, eppure ha bisogno della gara, ma perché e contro chi gareggia? E l’amazzone, con chi ce l’ha? E il pugile, perché lo fa?


Cronometro, squadra avversaria o difensore o attaccante da contrastare, i giudici, cronometro e emozione associati insieme, un’altra persona. Ecco solo alcuni degli avversari che possiamo trovare da affrontare durante la pratica sportiva.


Non sono uguali e tutti “sono dotati” di caratteristiche differenti che connoteranno le armi di cui si fornirà l’atleta e caratterizzeranno l’aspetto mentale che dovrà affrontarli …


Se io corressi 10 Km da solo alla massima velocità possibile, avrei bisogno di fare una gara per far vedere che ne sono capace? Eppure quell’avversario temibile che è il cronometro voglio batterlo in una occasione ufficiale, di fronte a tutti per dimostrare quanto valgo. Togliete il motivo economico, che è per pochi…, ma quanti podisti della domenica (permettetemi questa definizione che non voglio che si ritenga offensiva, anzi valorizzante coloro che nel loro tempo libero, invece di gozzovigliare, si allenano realmente con passione e per sé stessi) vogliono sconfiggere quell’avversario (il tempo computato da un cronometro) e piuttosto del piazzamento si chiedono quanto hanno fatto? Che avversario è il cronometro? E’ un misuratore feroce, che non puoi sconfiggere barando, e forse chi sceglie queste competizioni è un lavoratore oscuro che non ammette scorrettezze e vuole un giudice imparziale, severo ma giusto. Per certi versi, potremmo pensare quasi la stessa cosa di chi tira ad un bersaglio, visto che il dardo o il segno sull’oggetto non mentono… .


E chi pratica uno sport di squadra? L’avversario chi o qual è? Il pallone che non entra in un canestro, in una rete o chissà cosa oppure battere l’altra squadra o il piacere di vincere? Difficile dare una risposta, ma l’avversario è molteplice e ha tante facce: è colui che difende su di te, è colui che attacca, è la squadra avversaria che tutta insieme soggioga la propria oppure il contrario…, ma in ogni caso, avversario e contesa si sviluppano su piani diversi. Chi cerca questo ha bisogno di fantasia nel muoversi, di variare il movimento in funzione della situazione tattica che si modifica continuamente, di usare il cervello per adattarsi e superare l’ostacolo da solo e insieme agli altri, di dare gioia non solo a sé stessi ma di trovare felicità e, eventualmente, conforto nel gruppo in cui gioca. L’avversario è uno, nessuno, e qualcun altro (centomila, in effetti, sembrano un po’ troppi…) ma giocare comporta tanti avversari e una vittoria mista… : potresti aver giocato bene (segnato tre gol, ad esempio) ma la tua squadra potrebbe aver perso, o il contrario. Che sia qualcosa di difficile stabilire quale sia il confine tra il tuo avversario e quello della squadra..?


Esistono poi sport in cui il giudice è il vero avversario: ginnastica artistica, tuffi, pattinaggio di figura e tanti altri ancora, prevedono che l’atleta o la squadra competa da sola e che il metro di giudizio sia il valore della prestazione che i misuratori della gara (arbitri, giudici, esperti, … ) stabiliscono da seduti in tribuna. Quante volte tale giudizio è stato messo in discussione? Gli atleti quando finiscono non sono uno contro l’altro ma aspettano il verdetto dei giudici ed esultano o piangono: chi è il loro vero avversario? Sanno o sapevano che quello che avrebbero o hanno proposto erano e sono sicuramente in grado di farlo perché comunque lo hanno provato centinaia di volte in allenamento; perché devono far vedere e dimostrare che sono capaci di farlo in gara? Se cado o mi tuffo male, se risalgo e riprovo e lo faccio giusto, perché dovrei sentirmi “una cacca”… perché ho sbagliato una sola volta quando mille volte l’ho fatta giusta? Chi è il mio avversario? Il giudice, un altro atleta, la mia emozione, la voglia di far bene davanti a tutti? Forse da grandi si vuole dimostrare di sapere “non sbagliare” quando conta? Non lo so, ma questo avversario è strano, è subdolo, perché misura qualcosa che io so di saper fare, ma che non ha mai visto fare e aspetta di vedere che io faccia bene. Chi ha voglia di gareggiare contro questo avversario?


E poi ci sono le competizioni uno contro uno: tennis, pugilato, scherma, scacchi,… . Forse in questo caso l’avversario è uno solo, o meglio, potremmo dire che è uno solo…per volta. Questa è forse la competizione in cui ci si allena molto duramente (come tutte le altre però) ma in cui tutto è finalizzato a battere chi ci troveremo davanti, adattando noi e il nostro modo di essere a chi ci troveremo di fronte. Qual è l’avversario da battere: l’altro, il nostro modo di comportarci, la nostra sapienza tattica, la nostra forza fisica e il saperla dosare, o che altro? Forse ognuno di noi cerca attraverso gli altri di scoprire sé stesso e apprendendo “combattendo”, di evolversi ulteriormente?


Anche in questo caso la risposta langue.


Non tutto può stare “dentro” queste poche righe, ma un risultato spero di averlo ottenuto: aver stimolato il dubbio che quando si gioca non abbiamo un solo avversario e forse non sappiamo neanche perché lo “combattiamo”. Forse per divertirci, forse per sfida o forse per darci motivazioni per superare il grigio chiaroscuro quotidiano… .


L’unico vero avversario, che sappiamo essere sempre presente, “siamo noi stessi”: batterci non deve mai essere il nostro obiettivo, ma come disse Pierre De Fredy, barone di Coubertin, “l’importante non è vincere, ma partecipare per poter vincere!”. Diamo il massimo, cerchiamo di vincere: il risultato sarà sicuramente eccellente in ogni caso.


Paolo Michieletto

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