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24/06/2016

ALESSANDRO SALVIO, CAMPIONE E SCRITTORE

Galleria di Campioni




ALESSANDRO SALVIO, CAMPIONE E SCRITTORE
Un ritratto del Dottor Alessandro Salvio

(Attilio Tibaldeschi)

 

Il periodo d’oro per gli Scacchi in Italia fu compreso tra i secoli XVI e XVII, durante i quali molti giocatori ebbero una fama riconosciuta in tutto il Mondo.

Tra questi, un posto particolare se lo ritagliò Alessandro Salvio sia come giocatore che come trattatista tra i più fecondi.

Nato a Bagnoli Irpino intorno al 1570, era pronipote di Ambrogio Salvio che, dopo essersi distinto nel salvataggio delle opere della Chiesa durante il sacco di Roma del 1527, divenne confessore dell’Imperatore Carlo V e di Papa Pio IV.

Alessandro studiò nel convento domenicano di Bagnoli, dove apprese i fondamenti di letteratura e filosofia; rivelatosi una spirito brillante, fu inviato a Napoli dove conseguì la Laurea in Giurisprudenza che gli permise di esercitare l’avvocatura.

Da quel periodo in poi, venne citato come Dottor Salvio.

Nel 1595 incontrò e batté uno dei “mostri sacri” dello scacchismo italico: Paolo Boi, detto il Siracusano, ormai anziano, ma sempre temibile.

Questo successo fu esaltato forse oltre il necessario, meritandogli un’aureola di Campione del Mondo, cosa che doveva ancora dimostrare.

In quel periodo, frequentò molto le Accademie che non erano altro che gruppi di cultori del gioco che si riunivano presso le dimore di famiglie importanti; in tali occasioni, Alessandro si distinse anche nel Gioco alla cieca (senza vedere la scacchiera con le mosse comunicate a voce) crescendo nella considerazione comune.

Queste esibizioni furono ripetute di fronte a molti nobili personaggi del periodo.

Ad uno di costoro – il Marchese di Corleto – dedicò il suo primo importante trattato di Scacchi: “Trattato dell’inventione et arte liberale del Gioco di Scacchi” (Napoli, 1604), opera divisa in 31 Capitoli in cui si parla di aperture, di problemi o di semplici considerazioni sul gioco.

A riprova dell’autorevolezza dei trattatisti italiani, tale opera vide una ristampa – accompagnata da alcune note originali di Marco Aurelio Severino – a Mosca nel 1723.

Messo a confronto col siciliano Geronimo Cascio, peraltro molto stimato dal Salvio, dopo aver perso la prima partita, si rifece nei giorni successivi guadagnando anche una discreta somma; quest’incontro si svolse con le regole del duello con tanto di padrini dall’una e dall’altra parte.

La permanenza a Napoli non attenuò i legami che aveva con la città di origine in cui fece costruire una chiesetta vicino all’ospedale ai quali legò un lascito per la loro conservazione.

Come noto, il periodo in cui visse il Salvio vedeva un’esaltazione di ciò che oggi diremmo strano, cosa che si verificava per le arti in genere, come dimostrano le colonne tortili (fortunatamente, non quelle della scacchiera!) o l’eccessivo uso di parole per esprimere concetti semplici.

Non mancavano, poi, le polemiche che si svolgevano a suon di scritti che non erano certo come gli articoli o le lettere che si possono trovare sugli odierni quotidiani: si trattava di ponderosi (verbosi) libri che dovevano sviscerare ogni aspetto relativo alle proprie ragioni ed ai torti dell’avversario.

Fece epoca la sua disputa  con Pietro Carrera (1573-1647) il quale aveva cercato di sminuire le opere di Salvio in libelli polemici, uno dei quali in risposta all’opera Apologia contro Carrera, addirittura in tre volumi!

I motivi della disputa erano di carattere teorico, ma anche personale, non ultima sulla campanilistica motivazione delle origini: Carrera era nativo di Militello (ME), dove era stato nominato cappellano dopo la sua ordinazione sacerdotale, e si era distinto nel gioco e per aver pubblicato il testo “Il gioco degli Scacchi di Don Pietro Carrera diviso in otto libri”, prima opera a stampa in quella città.

Al di là delle questioni oggetto di litigio, questi libri davano, oltre alle notizie teoriche, indicazioni ed informazioni sui giocatori di quel periodo.

Tornando alle opere di Salvio, grande rinomanza ebbe anche “Il Puttino, altramente detto il cavaliere errante” (Napoli 1634); giova ricordare che “Il Puttino” era il soprannome – dovuto alla sua piccola statura – del grande Leonardo da Cutro (circa 1552-1597).

Questo trattato, pur non presentando idee originali, favorì la conoscenza e la pratica di molte aperture.

Molto curiosa, la tragedia – pubblicata tra i due importanti testi scacchistici – dal titolo: “La Scaccaide, tragedia del Dottor Alessandro Salvio Napolitano” (Napoli 1612), opera in versi molto intricata.

In ambito tecnico, Salvio sostenne la libertà di eseguire l’Arrocco secondo le regole più in voga a quel tempo: alla napolitana o alla calabrese, cioè posizionando il Re e la Torre nelle case più convenienti e non in due case fisse come recitano le regole di oggi.

Nel campo delle aperture, oltre alla classica apertura di Gioco Piano, teorizzò un seguito del Gambetto di Re che ha assunto il nome di Variante Salvio.; sulla scorta dei moderni data base, si tratta di un’apertura che difficilmente porta ad un risultato di parità.

Proprio nella sua opera “Il Puttino”, il Salvio canzona il suo avversario che, sconfitto, si sente dire di “…non giocare il gambetto contro dei veri giocatori”!

Notizie incerte, pongono la sua morte, avvenuta a Napoli, intorno al 1640.

 

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