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23/10/2017 - Vercelli Città - Politica

APPUNTAMENTO ALLE IDI DI MARZO - Michele, conatus essendi della Nomenklatura vetero, che cerca (di nuovo) l'accordo con i SiAmo - E Giorgio (Ugolino) sacrifica persino il figliolo: più che 'l dolor potè il digiuno

E' tale la voglia di Giorgio di tornare con i SiAmo che - al modo di un redivivo Ugolino - non esita a questo obbiettivo sacrificare (politicamente) anche il figliolo






APPUNTAMENTO ALLE IDI DI MARZO - Michele, conatus essendi della Nomenklatura vetero, che cerca (di nuovo) l'accordo con i SiAmo - E Giorgio (Ugolino) sacrifica persino il figliolo: più che 'l dolor potè il digiuno


( g. g. ) - Prima di esporre qualche pensiero sul Congresso cittadino del Pd di Vercelli, che sabato 21 ottobre ha portato alla Segreteria Politica Michele Gaietta, è onesto e quindi doveroso suggerire di non dimenticare – se no le categorie dell’analisi rischiano di essere pesantemente fraintese – che il Pd, insieme alla Lega Nord, sia l’unico partito politico che assicuri (bene o male, con alcune contraddizioni, ma comunque secondo regole certe) procedure verificabili di democrazia interna.

Si tratta di un requisito fondamentale, la cui assenza ha prodotto tanti limiti nel sistema politico e quindi anche nell’azione dei Governi e nel lavoro parlamentare degli ultimi 25 anni di esperienza repubblicana.

Il rapporto tra le modalità di confronto interno ad un partito e la proiezione istituzionale della sua azione politica, è stato con molta insistenza indagato da Aldo Moro, che si è senza afasie sforzato di sottolineare come la democrazia sia a rischio quando entri in crisi la dialettica tra i “soci” di una forza politica, gli iscritti, i militanti.

Ci pare giusto riconoscere questo, perché altrimenti si rischierebbe di concorrere al fare fasci di ogni erba, che non ha mai aiutato la ricerca della verità e la sua esposizione.

E, nondimeno, esprimere apprezzamento ed anche riconoscenza per tutti coloro che dedicano tempo ed energie senza snobbare la fatica che indubbiamente costa seguire percorsi i quali invece non ammettono scorciatoie.

Sicchè la prima cosa che bisogna dire del Congresso del Pd è che c’è stato.

Abbiamo qualcosa di cui parlare, da analizzare nelle sue dinamiche e presupposti.

Possiamo farlo perché delle persone si sono ritrovate per discutere di politica.

Poche o tante che, queste persone, siano.

Quelle che “passa il convento”, che sono la cifra di questa fase.

Ma comunque persone vere e nella stragrande maggioranza dei casi in perfetta buona fede.

Se poi guardiamo all’elenco dei 40 rappresentanti “eletti” (la lista era unica e bloccata) nell’Assemblea cittadina, vediamo che si tratta di uno spaccato più che decoroso della società civile vercellese: persone che si incontrano tutti i giorni nei luoghi di lavoro piuttosto che in pizzeria.

Se è vero che non vi si trovano successori diretti di Norberto Bobbio, è altresì vero che non si veda nessun nome imbarazzante (l’elenco completo al termine dell’articolo).

La cosa fondamentale è questa.

Si tratta dei Congressi territoriali (cittadino e provinciale di Vercelli) che si innestano nel più generale percorso congressuale che caratterizza la vita del partito.

Da Bolzano a Torremaggiore in tutta Italia si discute di politica.

Alla democrazia fa bene ogni scelta che sia discussa dal popolo, anche quando è una parte del popolo che ha deciso di prendere una tessera.

Se si concede il paradosso, abbiamo sempre creduto in una regola: meglio una scelta sbagliata, ma presa in modo condiviso dal popolo, che una scelta giusta adottata da elites comunque selezionate, che non si confrontano, non si fanno capire, non si rapportano con il popolo.


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Ed ora il Congresso cittadino (quello provinciale per una volta ha meno significato politico) del 21 ottobre.

Anche se è partito facendo un coming out che aveva fatto ben sperare, si è invece guadagnato senza “se” e senza “ma” il suo (ad esagerare) corpo 8 con il quale, in fondo, sarà ricordato.

Il Segretario Cittadino uscente del Pd di Vercelli ha realisticamente osservato che lui è giunto – quattro anni fa - impreparato a quell’incarico.

Perché non c’è scritto da nessuna parte che se uno sa fare un lavoro, ne sappia poi fare anche un altro, diverso.

Sarebbe come credere che un Ingegnere capace di progettare il Ponte sullo Stretto di Messina, potesse per ciò stesso e – anzi – sostenendo che quello fosse il viatico necessariamente propedeutico, eseguire un brano di Rachmaninoff al pianoforte.

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Non senza qualche ragione dovuta all’inadeguatezza dei tanti che l’hanno spesso strimpellata, la politica si porta dietro da sempre questa maledizione: si pensa ad essa non tanto come alla “più esigente, anche se non l’unica forma di carità”, come la definiva Paolo VI, bensì come a qualcosa che non abbia in sé la dignità necessaria per essere considerata – se non una scienza – quanto meno una disciplina.

E così ecco il Segretario uscente confessare candidamente di avere creduto possibile praticare – e dirigere – la politica traguardandola secondo un etimo “governo della città” da sempre rappresentativo dei suoi esiti.

Ma non dei suoi presupposti, se si ha – ad esempio, e basterebbe – a mente quella “leggina” concepita molti anni fa, che riconosce ed anzi valorizza il ruolo dei partiti nella dinamica democratica ed istituzionale del Paese.

Quella “leggina” è la Costituzione della Repubblica Italiana che all’art. 48 (con un presupposto al precedente 18) insegna:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

***

Sarebbe già tutto qui il necessario per replicare a quanti fanciullescamente vagheggiano di una “politica non partitica” e via banalizzando.

Che ciò si debba udire in un Congresso di partito, sia pure dall’immenso Daniele Peila, fa sorridere.

Più piacevole quando sostiene invece una nozione cara a chi scrive (e non solo perché sia cara a chi scrive, che ne scrive dal 1991 nel testo “Da Cristiani nella Società – Nel Centenario della Rerum Novarum”) che “il volontariato sia il nuovo nome della politica”, alludendo proprio a quell’idea di “associarsi liberamente per concorrere”.

Né più, né meno, quanto a presupposti ideali, a chi si associ liberamente per assistere gli anziani: cambia il luogo dell’impegno, non il “dono” né l’esito del servizio che resta il bene comune, diversamente perseguito.

Ciò per dire – anche – che abbiamo cercato di non perderci una parola di ciò che Peila ha detto concludendo il proprio mandato quadriennale.

Perché il momento è difficile e capire dove vada a parere il Pd è importante per molte ragioni.

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E, tutto considerato, pensiamo di avere così compreso.

La prima cosa: si sono chiusi a riccio, se non proprio “contro” il Sindaco, almeno per dirle che vogliono contare di più.

Peila è un libro aperto: dice che hanno vinto le elezioni.

Riconosce che sia arrivata Amazon.

Ammette (finalmente) che ai terreni Pip è interessata (lo diciamo da due settimane) la società di Engineering milanese con importanti amicizie renziane, la Aicom.

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Non nasconde la nostalgia per SiAmoVercelli.

Soprattutto, su tutti i più clamorosi insuccessi del Pd dopo il 2014, forse per il proprio retroterra confessionale, batte convinto il mea culpa.

Ma – come tanti – lo fa in direzione sbagliata: batte il mea culpa sul petto degli altri.

Hanno perso le elezioni per la Provincia l’anno scorso perché qualcuno ha tradito.

Hanno quasi dimezzato il gruppo consiliare in Comune, ma è colpa degli altri.

Per tacere (e infatti non ne parla) della geniale operazione Brusco.

***

Il paradosso e la contraddizione che vive il Pd è, se non tutto, in molta parte radicato in questa terra di mezzo: le realizzazioni che si possono esporre con il segno “più” nella computisteria elettorale prossima si devono soprattutto al lavoro del Sindaco, con l’aiuto di pochi collaboratori.

Da Amazon fino alla riapertura della Scuola Infermieri; dalla elezione dell’Ospedale a riferimento sanitario del Quadrante fino alla banda ultralarga. Dal completamento del Pisu (l’Area dei vecchio Ospedale); dal Piano Periferie (investimenti per 11 milioni di euro di cui solo 1,5 dalle casse comunali) fino ai 150 posti auto con i nuovi parcheggi in area Stazione Ferroviaria.

***

Ma in tutto ciò il Pd ( di Vercelli ) non ha toccato la palla.

Non gliela ha fatta toccare il Sindaco?

Non avrebbero saputo giocarla?

E’ difficile dirlo.

Del resto la posta in gioco era troppo alta per rischiare di sacrificare trattative delicate e progetti industriali come Amazon o quello universitario dandoli in pasto alle esigenze di partito, assecondando il conatus essendi di un gruppo dirigente.

***

Ma, insomma, tutti i mali di pancia hanno ora trovato una panacea: vogliamo contare di più.

“Vogliamo” chi?

Da Gabriele Bagnasco ad Alessandro Bizijak, da Luigi Bobba a Giorgio Gaietta.

Ecco, soprattutto Giorgio Gaietta.

E’ da sempre il più ostile al Sindaco: non lo ha mai nascosto, anche quando parlava credendo di non essere ascoltato.

Nostalgico dell’alleanza con i SiAmo, al Congresso ha parlato chiaro: sarà il partito a dialogare con le altre forze politiche.

Messaggio implicito ed ulteriore, ma tutt’altro che indecifrabile: quindi, vorrete mica dire che in casa non dovremmo parlarne!?

Insomma, è impossibile che non si rendano conto come, di fatto, esporre il giovane Michele ad una figura simile (Segretario Presidente come Kim Il Sung) lo metta in gravi difficoltà.

Sicchè una chiave di lettura non peregrina potrebbe essere, da un punto di vista politico, la seguente.

E' tale la voglia di Giorgio di tornare con i SiAmo che - al modo di un redivivo Ugolino - non esita a questo obbiettivo sacrificare (politicamente) anche il figliolo: poscia, più che 'l dolor potè il digiuno.

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E per dare forza e forse tentare di rappresentare anche plasticamente questo concetto i malpancisti nostalgici anche delle Giunte Bagnasco richiamano dalle retrovie dove si era (saggiamente, lui che fu l’Assessore al Bilancio nel periodo del caso “ammanco”) persino gli “zombies” politici come Guido Nobilucci.

L’unione di tutti gli scontenti di qualcosa ha prodotto sostanzialmente un risultato: la possibilità di non contarsi.

Non si sono confrontate due liste, due o più candidati alla Segreteria.

Perché l’accordo politico c’è già.

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Da qui in avanti, l’esito di questo congresso rischia così di essere foriero per l’Amministrazione più di problemi che di opportunità e cerchiamo di capire perché.

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Il primo, grande ed immediato problema che si pone è lo sputo in faccia istituzionale rappresentato dal fatto che un Segretario politico sia – allo stesso livello territoriale – anche Presidente del Consiglio Comunale.

E’ una cosa mai vista.

Che non potrà passare inosservata.

I difensori dell’indifendibile hanno già una carta – nei loro pensieri – utile ad individuare un precedente.

Vi fu Franco Casalino, Segretario provinciale di Rifondazione Comunista, eletto Presidente del Consiglio Comunale.

Un precedente non raffrontabile.

Intanto, come abbiamo visto, Casalino era Segretario provinciale ( e lo rimase per un breve periodo ) e non cittadino.

E, in secondo luogo, rappresentava la minoranza, non un partito di governo: fu infatti eletto con le liste che sostenevano il candidato sconfitto, Gilberto Valeri, non il vincitore e Sindaco, Gabriele Bagnasco.

Ma poi – anche fosse, e non è – un precedente negativo non è un precedente.

La contraddizione è ancor più stridente se si pensa che lo Statuto del Pd impedisce di cumulare la carica di Segretario Politico con quella di Capogruppo.

Ed è logico perché il Segretario sussume una sintesi politica che si pone in posizione dialettica ed in ogni caso distinta, rispetto alla rappresentanza degli eletti.

Una finezza, ma è meglio così.

E lo stesso Pd che a sé riserva le finezze, invece alla città riserva la volgare pretesa di cumulare incarichi politicamente incompatibili in capo ad una sola persona, magari per motivi di stipendio.

Perchè è chiaro che il gettone di Presidente del Consiglio di mille euro al mese può fare piacere, ma a qualcosa bisogna pur rinunciare.

E di sicuro il neo Segretario farebbe una bella figura se privilegiasse le ragioni della politica a quelle del 27.

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Ma se anche il neo Segretario non vorrà fare questa bella figura, dovrà prepararsi ad affrontare le proteste dell’Aula.

Perché è fin troppo facile prevedere che non mancheranno i Consiglieri invece ben decisi a salvaguardare la dignità dell’Aula con le sue prerogative.

Non che interessi loro lo Statuto del Pd.

Statuto che, peraltro, impone anche l’incompatibilità tra le figure di Segretario Politico ed Assessore: quindi addio possibilità di attribuire eventualmente un altro slot.

Incompatibilità che fu fatta valere – ad esempio – quando Maura Forte dovette dimettersi da Segretario Provinciale, dopo essere stata eletta Sindaco.

***

E’ ben vero che le dimissioni di Gaietta dalla Presidenza del Consiglio Comunale aprirebbero il problema rappresentato dalla scelta del suo sostituto.

Ma questi sono – di nuovo – problemi del Pd e, appunto, del nuovo Segretario, che potrebbe incominciare a dimostrare ciò che sa fare anche in ordine a capacità di mediazione.

***

Il problema comunque è ben chiaro – sarebbe impossibile nasconderselo – al Pd medesimo, che al più cerca di prendere tempo.

Fino a quando?

Filtrano, dagli ambulacri di partito, due date o, meglio, due periodi.

Si parla di febbraio o marzo 2018.

Perché?

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Cerchiamo di rispondere per quello che abbiamo capito.

Il primo ordine di questioni è rappresentato dalla (ri)candidatura di Luigi Bobba al Parlamento.

E’ chiaro che le dimissioni, oggi, di Gaietta, rischierebbero di aprire una rissosa corsa alla successione.

Corsa che – se non controllata di Giudici di gara capaci - potrebbe anche arrivare al traguardo della fine anticipata del mandato amministrativo, facendo cadere il Comune.

E certo, per uno che sta lottando per la ricandidatura – o meglio per contrastare i suoi avversari interni – il Comune Capoluogo Commissariato è tutto fuorchè una carta a favore.

***

Il secondo motivo è che, al contrario, la carta della crisi comunale è proprio ciò che probabilmente i tutors di Michela Gaietta (il papà, Luigi Bobba, Gabriele Bagnasco) vogliono tenersi in serbo per metterla sul tavolo una volta rieletto lo stesso Bobba, quindi dopo le elezioni politiche di marzo 2018.

Che significa?

Significa che da marzo in poi ogni momento è buono per mandare a casa la Giunta.

Si voterebbe di nuovo a maggio 2019, dopo un lungo periodo di commissariamento.

Un tempo sufficiente per “dimenticare Maura” e per costruire una candidatura alternativa.

Chi?

Il nome è uno solo: proprio lui, Michele Gaietta.

Alberto Perfumo e Bobo si staranno già fregando le mani.

***

Ecco i quaranta eletti all’Assemblea cittadina del Pd di Vercelli:

Bagnasco Gabriele, Bizijak Alessandro, Brugnetta Gabriele, Campisi Filippo, Cressano Michele, Faccioli Marco, Fragapane Alberto, Gastaldi Andrea, Giatti Samuele, Gobbato Antonio, Grassino Giorgio, Monteleone Orlando, Nulli Rosso Carlo, Orlando Rosario, Peila Daniele, Pietropaolo Aniello, Raineri Andrea, Ranghino Pier Luigi, Sapino Corrado, Sereno Olivero, Amisani Marilina, Borgognoni Annalisa, Brunetta Margherita, Giusano Daniela, Alaimo Elisa, Fiorentino Germana, Iorio Marco Patrizia, Lamberti Silvia, Larizzate Giuseppina, Marcon Teresa, Leone Miriam, Moccia Maria, Montano Paola, Ranghino Graziella, Rocutto Sara, Rondolino Maria, Tini Brunozzi Francesca, Toscano Teresa, Vinci Sara.

 

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